headings, prima parte

Perché i titoli, quelli marcati con i tag da <h1> a <h6> in HTML o con i vari stili Titolo n in un word processor sono così importanti per l’accessibilità e per la comprensione del documento? Non basta che siano più grossi ed evidenti? Che cosa sono gli elementi bridge di HTML? Questo ed altro su Rieducational Channel.

Allegato: (in PDF, 380 Kb) Appendice C del volume Cascading Style Sheets – Guida pratica, di Bert Bos e Hakon Wium Lie, ISBN 9788871922829, Addison Wesley 2006, per concessione di Pearson Education Italia.

Li avete visti un miliardo di volte, i titoli. È facile riconoscerli a colpo d’occhio in una pagina. Sono impaginati in modo completamente diverso dal testo normale, di solito più grandi, spaziati.

Si capisce immediatamente a colpo d’occhio che sono dei titoli. Da vocabolario:

tì|to|lo
s.m.
FO
nome o breve frase, anche di fantasia, con cui si indicano l’argomento, il soggetto di uno scritto, di un testo, di un’opera d’arte e sim.| intestazione dei singoli capitoli o delle varie parti di un volume, di partite, di conti, bilanci, registrazioni e sim. (abbr. tit.)

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HTML, XHTML, HTML 5: miti e leggende metropolitane

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo…di morire. (Blade Runner)

Premessa a posteriori: sembra che questo argomento riceva una certa attenzione, stando alle statistiche di accesso, voglio quindi spiegare molto chiaramente cosa penso dell’argomento HTML5: credo che qualsiasi articolo, dibattito, previsione del futuro non meriti più di un commento “da bar”. È del tutto inutile e autocelebrativo predisporre FAQ o rivelare quello che nessuno sa, nemmeno il W3C, ovvero se, quando e in che forma questo progetto andrà in porto. Mi interesserà certo molto di più quando ci sarà qualcosa di concreto. Per ora il gruppo di lavoro sembra più impegnato a discutere fra sé e sé che a produrre qualcosa di utile, anzi stan facendo danni. Per essere chiari: l’argomento HTML 5 oggi per me è interessante quanto l’uscita della nuova versione di Paintbrush… Ok, magari sarà anche innovativo, ma quando verrà si vedrà se serve a qualcosa o meno, niente di più.

Ok, la citazione è esagerata, ma periodicamente si assiste a un riaprirsi di dibattiti su come realizzare le proprie pagine Web, e francamente molte volte si sentono dire delle cose che non stanno né in cielo né in terra.

Ultimamente sembra che “siccome il futuro è HTML5 allora faccio le mie pagine in HTML4“, o strane discussioni sul fatto che “siccome la mia pagina XHTML viene servita con content type text/html allora non è in XHTML“. Tanto per iniziare, quale XHTML? È fondamentale distinguere, XHTML 1.0 è una cosa diversa da XHTML 1.1.

Per continuare, HTML5 sostituirà, fra dieci anni, sia HTML4 sia XHTML 1.0 di cui è il legittimo successore e meno male, le braghette di HTML4 sono diventate davvero troppo strette (This specification is intended to replace (be the new version of) what was previously the HTML4, XHTML 1.0, and DOM2 HTML specifications). Inoltre, XHTML2 (il successore di XHTML 1.1) non mi risulta che sia stato ucciso da una qualche strana setta, e il gruppo di lavoro sta lavorando alacremente per recuperare il tempo perso.

Poi si leggono cose decisamente balzane, sembra quasi che HTML5 decreti la fine di XHTML, una specie di HTML4 redivivo che uccide XHMTL… Mi chiedo se queste persone si siano mai prese la briga di guardare almeno le specifiche. HTML5 è una cosa completamente diversa sia da HTML4 sia da XHTML1.0, e li rimpiazzerà tutti e due c’è scritto alla seconda riga delle specifiche. Se uccide qualcosa, uccide anche HTML4…

Un documento HTML5 non viene definito in termini sintattici, come HTML e XHTML, ma in termini di DOM, la rappresentazione ad albero utilizzata dai browser per riprodurre i documenti.

I validatori di HTML5 non si basano su DTD, ma sul concetto di conformità: “The fundamental idea underlying the text/html support of the conformance checker is that HTML5 can be treated as an alternative infoset serialization for a subset of possible XML infosets [Infoset]. An HTML parser can appear to the XML tooling as an XML parser parsing XHTML“).

Questo è il tree del documento:

tree di un documento html5

Questo è il documento in HTML 5:

<!DOCTYPE html>
<html>
<head>
<title>An HTML Document</title>
</head>
<body>
<h1>Example</h1>
<p>This is an example HTML document.
</body>
</html>

E questo in XHTML5:

<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">
<head>
<title>An HTML Document</title>
</head>
<body>
<h1>Example</h1>
<p>This is an example HTML document.</p>
</body>
</html>

Se il documento viene servito con content type text/html e ha il doctype, si chiama HTML5. Se con content type application/xml+xhtml si chiama XHTML5.
Se le cose stanno così, con che criterio c’è chi afferma “torno a HTML4 perché il futuro è HTML“? Quale è il senso? A me ricorda tanto Tafazzi, avete presente?

Di solito il sapiente di turno enuncia l’editto: non lo sai che Internet Explorer non gestisce il content type application/xml+xhtml e che XHTML servito come text/html ha zero vantaggi rispetto a xhtml?

La prima parte è vera ( e sarebbe bello conoscere il perché di questa decisione di Microsoft), la seconda no.

XHTML possiede diversi vantaggi, indipendentemente dal mime type utilizzato. C’è questa leggenda metropolitana che XHTML deve essere servito con mime type application/xhtml+xml. Non è per niente vero, basterebbe anche qui leggere le specifiche: di che XHTML stiamo parlando? Se di XHTML 1.0, va benissimo servire le pagine XHTML come text/html, così come è legittimo omettere la dichiarazione XML Quindi, che significato hanno le dichiarazioni “ah, ma se metto la XML declaration Explorer va in Quirk”?

Dove sta scritto che è obbligatorio usarla? Le specifiche dicono l’esatto contrario, sono pochi i documenti che la richiedono, anche se ne viene incoraggiato l’uso.

Il documento è quello che avete deciso che sia scegliendo una DTD, indipendentemente da quello che dice il mime type. Potreste servire il documento XHTML con mime image/jpg, questo non significa che quel documento diventerà un’immagine jpeg, non confondiamo una semplice etichetta con il contenuto.

Analogamente, servire il documento in text/html non significa che questo non sia più un documento XHTML. Sarà né più né meno quello che avete deciso che sia dichiarando un doctype.

Il media type in alcune circostanze può essere una utile indicazione per chi fruisce della pagina, ma non controlla questa scelta in alcun modo.

Questa leggenda metropolitana è stata promulgata dagli zeloti ^X^HTML, come molti stanno notando, per impedire a tutti i costi e a chiunque l’uso di XHTML. Cercano di distruggere gli standard insistendo su una presunta e insensata conformità agli stessi con rocambolesche e funamboliche “seghe mentali” su improbabili evenienze a base di colpi di / tristi comportamenti non dimostrati dei parser, correndo poi a dire “ma no, non hai capito, io parlavo soltanto con chi le pagine Web non le sa fare” (che tristezza…), nonostante l’esperienza pratica di chiunque abbia mai sviluppato una pagina Web dica il contrario. Vi è mai capitato che un vostro utente si lamentasse della vostra pagina XHTML? Che sia venuto sotto casa vostra dandovi del “harmful“? Semmai si lamenterà di come l’avete realizzata, ma non del suo doctype.

Il massimo vantaggio a costi minimi. Ecco cosa permette XHTML. Servire XHTML ben formato come text/html oltre a essere una pratica del tutto conforme agli standard XHTML 1.0 è un’azione solida e pragmatica, che garantisce vantaggi reali agli autori e non impone alcuna spesa agli utenti, a cui giustamente non può fregare di meno del mime type.

Ecco di seguito soltanto alcuni dei vantaggi che si ottengono creando pagine xhtml 1.0, compatibili appendice C, servite come text/html, ovviamente valide e se possibile Strict (sennò che ne parliamo a fare?).

  • Razionale compatibilità all’indietro: i siti possono essere realizzati per essere ben visualizzati anche con browser sorpassati, pur presentando una migliore visualizzazione con browser moderni e conformi agli standard.
  • Compatibilità in avanti: i siti continueranno a funzionare con tutti i futuri browser e user agent.
  • Si può iniziare a preparare la strada per l’eventuale transizione a un codice interamente XML e a layout realizzati con CSS.
  • XHTML è lo standard corrente, non HTML.
  • XHTML è più coerente di HTML, quindi è meno probabile la presenza di errori di visualizzazione.
  • XHTML 1.0 è un ponte per le future versioni di XHTML, e anche di XHTML5. Succeda quel che succeda, sarà più facile l’eventuale adattamento da XHTML che da HTML.
  • I vecchi browser sono perfettamente a loro agio sia con XHTML sia con HTML. Non è un vantaggio, ma nemmeno uno svantaggio.
  • I nuovi browser adorano XHTML, specialemente la versione 1.0, trattamento speciale non garantito alle pagine HTML. Per esempio, Firefox e Explorer rendono i layout CSS in modo più accurato se il doctype è XHTML.
  • XHTML funziona bene sia in browser desktop sia su periferiche particolari come palmari, screen reader e altri user agent, eliminando in molti casi la necessità di creare specifiche versioni di markup. Il rapporto causa-effetto non è così automatico, ma è certo che molti siti HTML sono ingombri di versioni wireless, solo testo e pagine printer-friendly. Al contrario, molti siti XHTML sono privi di queste ridondanze (e costi).
  • XHTML fa parte della famiglia degli standard Web, inclusi CSS e DOM, e permette di controllare il comportamento delle pagine Web su più piattaforme, browser e dispositivi.
  • Sviluppare in XHTML può aiutarci ad abbandonare l’abitudine di scrivere codice di markup presentazionale, evitandoci allo stesso tempo problemi di accessibilità e incoerenze di visualizzazione fra diversi browser.

Mi sembra inutile continuare, e a questo punto consiglio la lettura di un libro secondo me fondamentale, Progettare siti Web standard di Jeffrey Zeldman, seconda edizione.

In tutto questo, HTML5 non c’entra proprio niente… magari ne riparleremo più avanti. In ogni caso, da specifiche:

1.4 HTML vs XHTML

[…]The first such concrete syntax is “HTML5″. This is the format recommended for most authors. It is compatible with all legacy Web browsers. If a document is transmitted with the MIME type text/html, then it will be processed as an “HTML5″ document by Web browsers.

The second concrete syntax uses XML, and is known as “XHTML5″. When a document is transmitted with an XML MIME type, such as application/xhtml+xml, then it is processed by an XML processor by Web browsers, and treated as an “XHTML5″ document. Authors are reminded that the processing for XML and HTML differs; in particular, even minor syntax errors will prevent an XML document from being rendered fully, whereas they would be ignored in the “HTML5″ syntax.

Fine della questione… se lo servite come text/html si chiama HTML5, se usate application/xhtml+xml si chiama XHTML5.

Ma dire uso HTML perché questo è il futuro, francamente è davvero una grossa sciocchezza.

Approfondimenti:
Using the HTML5 doctype prematurely “considered harmful” e un divertente scritto di Eric Meyer, why “considered harmful” can be considered harmful by itself.

Accessibilità degli strumenti didattici e formativi, si comincia?

Pochi giorni fa la notizia che il decreto attuativo dell’art. 5 della Stanca era in Gazzetta, e oggi a seguire un annuncio piuttosto importante da parte del ministro delle Politiche giovanili, Giorgia Meloni.

“A partire dall’anno scolastico 2008 – 2009, ogni scuola d’ordine e grado, nonche’ le universita’, saranno obbligate a dare la preferenza, nell’adozione dei libri di testo, a quelli resi disponibili anche in versione elettronica, scaricabili e stampabili da internet”. “E’ un’altra importante misura approvata dal Consiglio dei ministri che riguarda i giovani – sottolinea il ministro – volta ad ampliare la disponibilita’ e la fruibilita’, a costi contenuti, di libri, documenti e strumenti didattici da parte delle scuole e degli alunni, con un conseguente abbattimento dei costi sostenuti dalle famiglie, per assicurare ai propri figli il diritto allo studio. Un’azione importante e coraggiosa – conclude Meloni – che dara’ a tutti i giovani parita’ di condizioni nell’accesso all’istruzione”.

Non si parla esplicitamente di accessibilità e di libri accessibili, purtroppo, ma visto che il decreto è attuativo, e che nello stesso si dice “Art. 8. Il presente decreto ha efficacia a decorrere dall’anno scolastico 2008-2009″ se tanto mi dà tanto… vediamo che succede.

revisione: ho segnalato la questione accessibilità, e ora se ne parla sì…

http://www.tesoro.it/web/apri.asp?idDoc=19254#page=12

I pattern di Alexander

immagine di un grafoFra i libri che conservo più gelosamente, ce ne sono alcuni che reputo irrinunciabili. Fra questi: La psicologia della forma di David Katz, Aspetti della forma di Lancelot Law Whyte e i clamorosi lavori di Serge Chermayeff e Christopher Alexander, come Spazio di relazione e spazio privato e La forma dell’ambiente collettivo (dal titolo di quest’ultimo si capisce già dove voglio andare a parare).

Il più famoso forse è Note sulla sintesi della forma, sempre di Alexander, su cui si sono basate alcune correnti di pensiero che fanno riferimento alla scuola chiamata “design pattern”, o OOD (Object Oriented Design). A mio parere i riferimenti al lavoro di Alexander che si trovano citati in rete non hanno molto senso poiché non ne incorporano l’essenza ma soltanto la parvenza, ma transeat.

Sono tutti libri piuttosto datati, di cui non conosco la reperibilità. Insieme a questi, ce ne sono altri di fisica, su cui tornerò.

Comunque, una piccola citazione da Note sulla sintesi della forma:

Epilogo
Il mio principale compito è stato di mostrare che esiste una profonda e importante corrispondenza strutturale fra lo schema di un problema e il processo del progettare una forma fisica rispondente a quel problema. Io credo che i grandi architetti del passato siano sempre stati consapevoli della analogia strutturale che si stabilisce tra problema e processo, e che proprio il senso di questa analogia strutturale li abbia condotti alla progettazione di grandi forme.

Lo stesso modello di comportamento è presente nell’azione di produrre forme per via non autocosciente: ed è qui la ragione del suo successo. Ma per noi, che siamo autocoscienti, la trasformazione di un problema in una forma richiede una prioritaria eplicitazione della struttura del problema. Quindi è necessario, prima di tutto, inventare una struttura concettuale.

La qualità cruciale di una configurazione, non importa di che tipo, sta nella sua organizzazione; e quando la pensiamo in questi termini la chiamiamo forma.

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Decreto attuativo art. 5 Legge Stanca

antefatto (dalla Legge 9 gennaio 2004, n.4 detta anche Legge Stanca)

Art. 5
(Accessibilità degli strumenti didattici e formativi)

1. Le disposizioni della presente legge si applicano, altresì, al materiale formativo e didattico utilizzato nelle scuole di ogni ordine e grado.

2. Le convenzioni stipulate tra il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e le associazioni di editori per la fornitura di libri alle biblioteche scolastiche prevedono sempre la fornitura di copie su supporto digitale degli strumenti didattici fondamentali, accessibili agli alunni disabili e agli insegnanti di sostegno, nell’ambito delle disponibilità di bilancio.

Stamattina mi son svegliato sereno, nonostante la pioggia, il freddo, un torcicollo derivante dal fatto che appena posso lascio tutto aperto e la mattina mi sveglio inchiodato che cammino come un tacchino.
Però, mi dicevo va che bella giornata…
Faccio le mie cose, apro la posta e… BUM! Il decreto è in Gazzetta Ufficiale!

Per ora non riesco a capire bene, mi riservo di tornare sulla notizia fra poco…

Forma e funzione sul Web

(bozza)

(e, sottotitolo mormorato, nell’editoria elettronica?)

“Form follow function”, diceva l’architettura moderna e l’industrial design del XX secolo. La forma di un oggetto deve essere imposta da o basata su la sua funzione, o scopo progettato. Ma cosa significa esattamente? La frase sembra sensata, ma a un esame più attento diventa problematica e aperta alle interpretazioni. Il dibattito ancora oggi è molto acceso, e personalmente trovo piuttosto divertente l’articolo “Form Follows WHAT?” di Jan Michl. Sul Web diventa ancora più complicato, e ragiono a ruota libera su alcune questioni. D’accordo, forse la filosofia del design non è un argomento così entusiasmante, ma ognuno ha le sue perversioni. Determinismo e indeterminismo: quale sarà la forma di Dio? Ricordando bene che il determinismo è crollato fin dai tempi di Boltzmann, e che è ormai accertato scientificamente che non è per niente vero che la natura si regge sul probabilismo, sembra che invece nel nostro universo regnino il caos, il disordine, e le ipotesi di natura probabilistica possono soltanto approssimare lo stato naturale.

Partiamo dall’inizio, senza supernatural designer.

Il Web è un non-luogo, e quindi il costrutto forma/funzione non si verifica, non ha lo spazio dove svolgersi, non esistono oggetti di forma certa, ma contenuti liquidi. Il web è un oceano? O una biblioteca in cui agisce un “total user“? Questi contenuti sostanzialmente non hanno una sola forma, come di solito accade nel mondo reale, la loro forma si adatta all’ambiente che l’utente ha predisposto per poterne fruire.Lo stesso contenuto può cambiare forma, dovrebbe poter, adattandosi all’ambiente che lo contiene in quel preciso momento.
Di conseguenza, che spazio trovano (che precisione possono avere?) le tecniche UCD, User Centered Design, se l’utente non è definibile poiché potrebbe essere qualsiasi cosa? Inoltre, sul Web l’utente è una persona o uno User Agent?

Dice Luca: ““Insomma su prodotti digitali alla fine si costruisce l’esperienza utente legandola molto alla percezione dell’utente”.

Ok, però la realtà è che questo utente è talmente indefinito o indefinibile che alla fin fine serve solo per verificare che non ci siano errori di progettazione.

Esempio lapalissiano: tutti i maggiori produttori di software spendono cifre enormi per fare test di ogni tipo e genere. Possibile che nessuno abbia pensato al fatto che utilizzare un’icona a forma di floppy per il comando Salva non ha alcun senso per tutti gli utenti che hanno comprato un pc negli ultimi anni?

Il lettore di dischetti è scomparso dai computer, e per questi utenti quell’icona così importante non ha altro significato che “se faccio clic lì salvo”. Semplicemente, non hanno idea di cosa sia un floppy. Esperienza utente? Boh…
Oppure, altro esempio lapalissiano: sappiamo benissimo che un documento digitale può essere fruito in tantissimi modi diversi. In un browser, in un reader, su un palmare, stampato, e così via.
Che rapporto c’è, per esempio, fra l’esperienza utente di un normale utilizzatore di browser e chi invece “vede” lo stesso documento ma con font molto più grandi, di colore diverso, con uno sfondo diverso? io non penso che esista una esperienza utente comparabile, neppure a livello cognitivo – senza dubbio influenzato dalle personali capacità. Questo accade perché, diversamente che nel mondo fisico, nel mondo digitale non esiste, o ha meno senso, il costrutto su cui viene basata l’ipotesi di esperienza utente (che in ogni caso di ipotesi si tratta).
Mentre per un martello il costrutto forma/funzione è evidentemente utile, sul web no, la forma è indefinibile per definizione.
Sul Web, forse funzionano le “personas”, sono più rispondenti a una ipotesi di individuazione degli “utenti”. Ricordando bene che sono, appunto, archetipi: un codice ipotizzato, perduto, copia diretta dell’originale, da cui si ritiene derivino tutti gli altri testimoni in nostro possesso. Insomma, maneggiare con cura.

In ogni caso, tutto diventa ancora più complesso con il Web sociale di questi giorni. Un aspetto del Web preconizzato fin dalla sua fondazione, attualmente spacciato come novità e denominato “Web 2.0”.

Che gli umani si organizzino in gruppi non è questa grande novità, e non si capisce perché questo non dovrebbe accadere sul Web… Questo fenomeno riduce ulteriormente la rappresentatività delle tecniche UCD, ponendo invece sotto i riflettori la psicologia sociale, i lavori di Kurt Lewin e la sua equazione.

B=ƒ(P,E)

Il comportamento (B, behavior) è una funzione che esprime le relazioni tra comportamento, persona (P) e ambiente (E, environment). Che abisso fra questo concetto dinamico e quello rigido che vorrebbe imporre la psicologia cognitiva con i suoi test da laboratorio condotti da tecnici in camice bianco.

È vero che il Web è un non-luogo, ma è certamente un ambiente, delineato dal design che presenta i contenuti. È qui che si innesta l’accessibilità, come può esistere l’accessibilità senza considerare l’ambiente e la persona? E come già detto, sul Web l’ambiente non è fisso, ma estremamente variabile e personalizzabile. Un po’ come se il colore dei muri della vostra casa potesse essere cambiato liberamente da ogni visitatore. Fa girare la testa vero? Ma l’ambiente del Web è esattamente questo.

Possono sembrare sofismi, forse. Però i recenti aggiornamenti di Facebook, Google e MySpace, il progetto di IPhone tutti sono incentrati sul design come fonte di sopravvivenza per il futuro. Se sono sofismi questi…

Per ora, a chiusura di queste divagazioni la mia mente mi propone una frase di Bateson: Nel mondo della mente il nulla – ciò che non esiste – può essere una causa. Una lettera che non viene scritta può ricevere una risposta incollerita.
Più tardi capirò anche quale sia la relazione, se esiste.

Web d'autore

Web d’autore è una collana di Pearson Education Italia, dedicata agli standard, l’accessibilità e il Web design con gli standard. Collaboro con questo editore nella scelta e la realizzazione di alcuni titoli selezionati con ben in mente i criteri che orientano la collana. A oggi sono usciti otto libri, che spaziano dal markup ai CSS, JavaScript, Web design, accessibilità. Proverò, se mi riesce, a scrivere delle recensioni di questi volumi, arricchendole con contributi degli autori stessi.

Intanto, qui di seguito la prefazione che a suo tempo ho scritto per la seconda edizione del fondamentale libro di Zeldman.

Prefazione alla seconda edizione italiana (J. Zeldman, Progettare siti Web standard)

Parlare di web standard produce quasi automaticamente dei risultati curiosi negli interlocutori: se si tratta di sviluppatori, un prurito irrefrenabile sembra contagiarli. Se invece l’argomento viene posto a dei designer, si può passare dagli sguardi di compassione (cosa vuoi capirne tu delle esigenze del design) alla rissa più furibonda, per fortuna quasi sempre via web, in qualche newsgroup dedicato.

Ancora più accese le reazioni se si parla di accessibilità, altro argomento “caldo”, e quasi ferale se web design e accessibilità vengono coinvolti entrambi. Cose da duello.
Eppure, in entrambi i casi si tratta di aspetti che migliorano la qualità del lavoro del designer, rendono più semplice la gestione degli aggiornamenti delle pagine del sito, il codice prodotto è migliore, adatto a qualsiasi tipo di browser e periferica, di ieri (quasi), di oggi e del futuro. I siti standard vengono indicizzati in modo migliore dai motori di ricerca e ottengono ranking più elevati. Google addirittura dedica diverse pagine ai webmaster, con consigli pratici che ricalcano alla lettera le indicazioni dei web standard.

Perché questa difficoltà allora?
Zeldman, tre anni fa, nella prima edizione di questo libro affermava che il 99% dei siti sul web era obsoleto, e riconferma questo concetto. Non è un particolare secondario: il WaSP, di cui Zeldman è co-fondatore, è il gruppo che ha coniato il termine “web standard” allo scopo di rendere maggiormente efficaci e più visibili le specifiche che il W3C chiama “raccomandazioni”. Ha funzionato, tanto che oggi si identificano le raccomandazioni del W3C con il termine web standard. Però, come mai vengono così poco applicate?
Web standard e accessibilità dei siti sono argomenti molto contigui, poiché molteplici tecniche dello standard WCAG si appoggiano al markup per ottenere l’effetto sperato, ovvero rendere i contenuti dei siti indipendenti da particolari configurazioni e/o periferiche permettendo a qualsiasi utente di consultarli, a prescindere da browser e dispositivi utilizzati per navigare (screen reader, barre Braille, altri ausili). I motivi per usare e diffondere gli standard sono parecchi, e a vantaggio di tutti, sviluppatori e utenti. Quindi perché non diffondere e utilizzare questi standard?
Le possibili risposte sono molte, di vario livello e motivazione. Fra le tante difficoltà per quello che riguarda il nostro web, forse una fra queste è la mancanza di libri autorevoli e in lingua italiana, capaci di indicare delle nuove rotte che siano non soltanto ineccepibili tecnicamente, ma anche di apertura e pensiero. Sì, l’inglese può essere un problema, soprattutto quando è necessario che l’argomento sia spiegato e compreso non soltanto tecnicamente.
Hai un bel dire “separare i contenuti dalla presentazione” se non spieghi perché, che cosa significa. Per farlo, non basta un listato.
In effetti, a fronte di molti manuali XHTML/CSS più o meno di base, piuttosto datati ed esclusivamente a scopo copia/incolla il codice, non sembra esserci molto a disposizione degli sviluppatori italiani.
È anche per questo motivo che abbiamo deciso ha deciso di proporre questo e altri libri al pubblico italiano, con un filo conduttore importante: web standard e qualità dei contenuti.
In effetti il programma è ambizioso. Oltre a questo libro, per il 2007 sono stati programmati altri titoli da tradurre importanti come The Best Pratice Guide to XHTML & CSS di Patrick Griffiths (quello di HTML Dog), PPK on JavaScript di PeterPaul Koch, Transcending CSS di Andy Clarke. Inoltre, non mancherà la nuova edizione di Bulletproof Webdesign di Dan Cederlholm e il suo compare Bulletproof Ajax.
Una collana impegnativa, che riunisce libri di approfondimento su aspetti essenziali dello sviluppo web standard. Speriamo in questo modo di riuscire a offrire a sviluppatori e designer italiani strumenti che permettano quella crescita e alimentino quel dibattito di qualità che tutti auspichiamo possa diffondersi.
Un po’ già si vede, ma ci vuole ancora una piccola spinta. Questo sarà il nostro contributo, iniziato l’anno scorso con un altro classico: Cascading Style Sheets – Guida Pratica, di Bert Bos e Hakon Wium Lie.

PDF su Marte

Vabbè, no, non è proprio così. Però Mars realizza un sogno: i PDF in XML. Il formato .mars, un po’ come accade coi formati di OpenOffice o Office 2007, non è niente altro che un file .zip che contiene tutto quello che serve a rappresentare la pagina, poiché incorpora oltre ai propri altri standard industriali come SVG, PNG, JPG, JPG2000, OpenType, Xpath e XML in un contenitore ZIP. Questo apre la strada a molte applicazioni, come

  • la creazione di documenti a partire da database o altre applicazioni enterprise;
  • la possibilità di assemblare documenti a partire da componenti;
  • la possibilità di unire documenti incluso struttura, pagine e navigazione;
  • estrarre informazioni come commenti, struttura, contenuto e immagini;
  • possibilità di creare sistemi di navigazione, interattività, contenuti 3D;
  • scomporre i documenti in parti per archiviarle in librerie, database o CMS.
  • validare rappresentazione, contenuto e struttura del documento;
  • creare ed elaborare moduli;
  • … e via con la fantasia.

L’accessibilità viene preservata, ho provato un semplice esperimento con l’alt di un’immagine e il risultato nel codice XML è questo:

<Elem Alt="qui ci andrebbe il testo alternativo" Page_src="/page/0/info.xml" Path="/1/12/1" Role="Figure"

Insomma, un bel colpo. Ci vuole Acrobat o reader almeno 8.1, basta installare un plugin.

Per dare un occhio ai file .mars è disponibile un applicativo in AIR, il PDFXML Inspector.

Interfaccia del PDFXML Inspector