Le persone contano

schema di funzionamento del brevetto Philips sistema assistivo per non vedenti parziali o totali che cerca di offrire una soluzione, informando attivamente sugli oggetti o i movimenti nelle vicinanze del soggetto, attraverso segnali trasmessi al corpo

Ogni tanto la serendipity fa delle belle sorprese. Stavo giusto pensando “Sono malato, mi emoziono pensando di guardare sulla Web TV del Senato il voto di fiducia della Finanziaria e che cosa succede dell’art. 15″, non è per niente sano.

Leggo su PI di una nuova tecnologia brevettata da Philips, un paio di occhiali particolarissimi, che non solo identificano gli oggetti in prossimità di chi non vede, ma consentono di distinguere quelli in movimento da quelli statici.

Interessante, ma la vera sorpresa la trovo nei commenti segnalata da tal Presid. Scrocco. Si tratta della storia di Ben Underwood, certamente un “extraordinary people” raccontata in video su YouTube. Non anticipo niente, seppur a fatica.

Comunque sono 5 filmati che vale da pena di vedere, sia per la particolarità di questa persona, sia per fare due riflessioni sull’accessibilità, quella chiamata “tecnica”.

Bisogna sempre ricordarsi che le persone contano, che le risorse e i metodi messi in campo da chi ha un handicap possono essere straordinarie e sconosciute, bisogna essere umili, sempre, non dare per scontato niente. Bisogna ricordarsi che uno stronzo è uno stronzo, che sia handicappato o meno, proprio come accade con il resto del mondo. Se uno è in gamba, è in gamba, proprio come accade con il resto del mondo. L’importante sono le persone, non l’handicap. Con la differenza che se uno ha un handicap ed è in gamba, è un maestro di vita.

Annunci

Art. 15 DL 112/08, libri scolastici elettronici quasi ci siamo?

Qualche giorno fa mi chiedevo se fosse un bluff. Sembrerebbe che no. Nonostante l’alacre opera di disinformazione sull’argomento ( e messa a nudo della malafede del Sole 24 Ore), il testo de “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” approvato dalla Camera è in Senato, in chiusura di discussione (se non vado errato, il termine massimo è fine di luglio).
I libri scolastici elettronici sono ancora lì, il sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca Pizza in vece del Ministro Gelmini il giorno 29 luglio relaziona che:

In merito all’articolo 15 sui libri di testo, comunica che il ministro Gelmini ha avuto opportuni contatti con gli operatori del settore; reputa comunque che la disposizione possa offrire nuove opportunità per abbattere i costi e evitare frequenti riedizioni dei testi, tanto più che all’aumento spropositato di libri scolastici non è corrisposto un incremento delle competenze degli studenti.

La senatrice Mariapia GARAVAGLIA (PD), nell’illustrare uno schema di parere contrario (pubblicato in allegato al presente resoconto) [da leggere il commento durissimo ma del tutto da condividere di Simplicissimus],

esprime profondo disagio intellettuale rispetto a quello presentato dal relatore, che non tiene affatto conto a suo giudizio delle considerazioni del dibattito. In tale sede, rammenta, era stato auspicato quantomeno lo stralcio di alcune norme, tra cui anzitutto l’articolo 15, la cui soppressione non minaccia l’operatività della manovra né l’obiettivo del risanamento. Nel ribadire l’esigenza di evitare i pericoli dell’utilizzo di internet da parte dei bambini, data l’enorme disponibilità di nozioni in rete, lamenta inoltre che non sia nemmeno chiarito a chi spetta il compito di svolgere un opportuno monitoraggio sui libri di testo on line.

Nel suggerire misure alternative quali la limitazione dei sussidi didattici e dei testi facoltativi, manifesta delusione in quanto lo schema di parere del relatore non ha dato sufficientemente conto dei punti di convergenza tra le forze politiche, tanto più che occorre un impegno condiviso sui caratteri essenziali per lo sviluppo del Paese.

Il testo completo

Fangs

Page has sixteen headings and one hundred twenty-two linksbiroblu dash Internet ExplorerVoice switch from en to it-ITVoice switch from en to it-IT sei su BirobluList of two itemsbulletThis page link vai a contenutobulletThis page link vai ad aree di servizioList endHeading level oneLink birobluList of two itemsbulletLink Mappa del sitobulletLink TagList endHeading level twoLink Fangs twenty-seven Luglio two thousand eight Ma come leggerà la mia pagina uno screen reader?

Ma come leggerà la mia pagina uno screen reader?
Se avete già installato e sapete usare Jaws, conoscete le risposte (se invece non le conoscete, per avere una guida direttamente da un utente di questo programma potete scaricare da questo sito il PDF “Navigando con Jaws, di Consuelo Battistelli, Appendice A del volume “Accessibilità delle applicazioni Web” di Roberto Scano, per concessione dell’editore Pearson Education).
Saper usare Jaws non è per niente facile, i comandi disponibili sono davvero molti, analitici e complessi, come ben ci spiega Consuelo.

Per iniziare ad affrontare l’argomento, può essere utile una extension per Firefox, Fangs.

Dopo l’installazione, nel menu Strumenti sarà disponibile una nuova voce, Fangs. La sua selezione provoca l’apertura di una nuova finestra, dove viene simulata in forma testuale la lettura della pagina come appare a uno screen reader.
Piuttosto semplice, anche se un po’ rudimentale. Fangs è soltanto un emulatore, e certamente l’uso di un vero screen reader permette di fare molte più cose, analizzare la pagina, estrarne delle informazioni.
Però, per farsi un’idea e iniziare forse un percorso, è piuttosto efficace.
Purtroppo ancora non esiste una versione in italiano, qualche volenteroso potrebbe pensarci.

Invece, se vi sentite audaci e volete sperimentare un vero screen reader, AxsJAX Web 2.0 compatibile e che interpreta i CSS aurali, provate Firevox. Ne parleremo presto.

Cos'è il markup?

Questo post, tratto da un mio vecchio articolo sul vecchio Biroblu e a suo tempo inserito in un libro (siam nel 2003…), è dedicato a Maurizio di Cambio il Web, fosse anche solo per la passione “standardistica” che dimostra.

Si sente e si sentirà parlare parecchio di “markup”, oltretutto da distinguere in markup strutturale e markup di presentazione. Ma cosa significa in pratica?
È davvero interessante scoprire come una frase di per sé apparentemente innocua e non proprio chiara possa riassumere tanti concetti e rendere necessarie per la sua applicazione vere rivoluzioni.

I would however, support an assertion in the architecture document that important information SHOULD be stored and (optionally) delivered with markup that is as semantically rich as achievable, and that separation of semantic and presentational markup, to the extent possible, is architecturally sound. Chris Lilley, W3C

S. Giovanni scrive il Libro della Rivelazione, mentre il Diavolo cerca di rubargli penna e calamaioLa direttiva del W3C invita a separare contenuti e relativa struttura semantica dagli elementi di presentazione. Veramente ermetico. Sono migliaia di anni che alcune religioni discutono di Maya e Arthur Schopenhauer ci ha raccontato del suo velo. Però, un po’ ci assomiglia. Se contenuto e la sua struttura sono l’essenza, la presentazione (il CSS) ne rappresenta la parvenza. Mica facile sta cosa, e presuppone una capacità di astrazione non comune. «Il mondo è una mia rappresentazione», dice Schopenhauer.

Forse in generale è un po’ esagerata, ma visto l’ambito è lecito pensare che la frase del W3C si riferisca a una pagina Web, e abbastanza lecitamente un webmaster potrebbe pensare «Questa pagina è una mia rappresentazione». Mi sembra quasi maieutico.

Apro il browser, carico una pagina e la osservo. Distinguere i contenuti non è difficile: noto facilmente il testo, le immagini e gli altri elementi che compongono la pagina. Con un po’ di immaginazione rendo sfocato il contenuto e cerco di vedere soltanto gli elementi di presentazione: il tipo di carattere, la dimensione del testo, i colori usati per distinguere ed evidenziare i vari elementi. Tutto qui?

Riflettiamo sul significato di questa attività. Prendo in prestito una frase dal libro Struttura e funzioni degli animali, di R. Griffin, Zanichelli 1978, Biologia Moderna:

“I sistemi strutturali presi in considerazione in questo capitolo sono quelli che permettono all’animale di conservare la forma che gli è propria, sia quando è in stato di riposo sia quando è impegnato a svolgere le sue varie attività”.

Quale potrebbe essere lo stato a riposo di una pagina Web? Penso si possa trattare dello stato della pagina quando risiede sul suo server, non consultata da alcun browser. Esiste, contiene certamente delle informazioni, buone o cattive è indifferente, aspetta. La sua forma non è importante, lo sono invece i suoi contenuti, che ne determinano l’appartenenza a una specie piuttosto che a un’altra. Come un fulmine a ciel sereno, tutto mi appare chiaro: una pagina Web è una specie di mostro che vive nella penombra del disco fisso di un server, resta lì quatta quatta e se il mio browser la carica si mostra in tutto il suo splendore. Il titolo va lì, l’immagine dopo, un filetto divide quella parte del testo dall’altra… chiarissimo. Chiarissimo mica tanto: come mai quegli elementi si dispongono proprio in quel modo? Cos’è che fa conservare alla pagina la forma che gli è propria?
Continuiamo con il libro:

“Il protoplasma è costituito per più di due terzi d’acqua, ma gli organismi viventi sono tutt’altro che liquidi: non solo essi conservano una forma abbastanza ben definita, ma mantengono i loro liquidi corporei in uno stato chimico che differisce nettamente dal mezzo in cui vivono”.

Accidenti, che discorso affascinante. Che cosa significa esattamente conservano una forma ben definita, nonostante siano composti per i due terzi di acqua? Come è possibile? Mai vista una palla di acqua. Per dare una forma all’acqua (i nostri contenuti: testo, immagini, suoni, filmati, un oceano di bit) devo fornirgli una struttura che la sostenga, semplice e rigida (l’esoscheletro degli artropodi) o più complessa e flessibile (l’endoscheletro dei vertebrati, pelle, muscoli).
Effettivamente le pagine Web assomigliano in alcuni casi a strani esseri, scommetto che vi è capitato di arrivare su un sito e chiedervi “E questa cosa che cos’è?”, nel bene o nel male.
Ho chiesto consiglio a un amico esperto, e lui mi ha detto di caricare una pagina e selezionare la voce di menu Visualizza>HTML del mio browser, che lì avrei trovato la risposta alle mie domande e capito come viene strutturata la pagina (musica di sottofondo: Peter Gabriel and Shankar – Passion, featuring Nusrat Fateh Ali Khan).

Ora un altro salto, ci vuole ancora un po’ di pazienza e sforzo di astrazione. Siamo degli scribi (di bene in meglio) e con tanta pazienza incidiamo una tavoletta di terracotta con una punta, disponendo su di essa una serie di segni che rappresentano delle informazioni in un linguaggio codificato. L’attività è decisamente complessa e viene resa ancora più complessa dalla tecnologia disponibile: un semplice errore non potrà essere corretto, se non in alcuni casi fortunati, e un colpo appena un po’ più deciso comprometterà l’intera tavoletta. Di conseguenza, la difficoltà di esecuzione implica una presentazione dei contenuti grezza ed essenziale (ma non per questo meno significativa). Saltiamo i papiri e arriviamo direttamente al Medioevo. I segni ora vengono tracciati con dell’inchiostro su una pelle di origine animale, definita pergamena. Essi sono molto più raffinati, ci si possono permettere i colori e grandi fregi definiti capolettera evidenziano l’ordine di lettura o introducono le parti più importanti del testo. Il paragrafo ora non è più indicato da una lineetta marginale fra due righe di scrittura, come nei papiri ellenistici, ma da un simbolo, simile a una q, come questo: ¶ (nel markup del Web, il simbolo è diventato <p>). Accanto al testo l’autore o il redattore pongono dei segni, che marcano quelle sezioni del testo che possiedono qualche speciale significato strutturale o contestuale (ora si chiamano elementi block level e inline). La sezione marcata può arrivare da una sola parola con qualche significato speciale fino all’indicazione della fine di un capitolo e l’inizio di un altro.
La tradizione di marcare i testi risale ai tempi quando i copisti segnavano i loro commenti sui margini del manoscritto, o usavano inchiostri di vari colori per separare certe parole dal resto del testo. Quando un autore scrive, da millenni a questa parte, specifica anche i delimitatori di parola (chiamati spazi), i delimitatori di frase (chiamati virgole) e i delimitatori di periodo (chiamati punti).
La numerazione delle pagine o l’uso dei margini per creare effetti sul contenuto sono noti da centinaia di anni. Eppure, a stretto rigore queste informazioni non fanno parte del testo, ma del markup: nessuno dirà ad alta voce ‘virgola’ o ‘punto’ nel leggere un testo, ma creerà adeguati comportamenti paralinguistici (espressioni, toni, pause) per migliorare in chi ascolta la comprensione del testo. Marcare, il markup … comincio a capire. Una specie di sovrastruttura per ordinare il flusso delle informazioni, sarà così? La prossima mossa della nostra industriosa civiltà è la macchina da stampa, il sig. Gutenberg rende più accessibile la produzione di documenti inventando un sistema di composizione dei testi e una macchina in grado di stamparli in più copie in grandi quantità. Con l’invenzione della stampa, l’edizione dei documenti guadagnò importanza a causa della separazione delle funzioni della stampa e della pubblicazione. Fino a quell’epoca un manoscritto finito era il prodotto di un solo copista (e possibilmente di uno o più “illuminatori”). Con la larga diffusione della stampa, il manoscritto passa molte fasi, nel corso delle quali viene corretto e marcato a mano in una copia di lavoro. Questa copia passa quindi al tipografo, generalmente accompagnata da molti strati di commenti scritti a mano; il tipografo interpreta la marcatura, compone la forma finale del documento e lo invia alla stampa.
Cerchiamo gli elementi comuni in tutte queste situazioni. Per prima cosa, tutte queste notevoli e complesse attività hanno un obiettivo unico: tenere memoria di una informazione su un supporto che non sia volatile, mettere le parole nero su bianco, come si dice oggi. Il contenuto può essere di qualsiasi natura: giuridico, medico, religioso, qualsiasi argomento vi venga in mente. L’attività da svolgere per ottenere il documento stampato, nel senso più ampio, è sempre faticosa, sia per chi redige il testo – che in un primo momento si occupa anche della stampa dello stesso, poiché i momenti della stesura del documento e della stampa coincidono: il manoscritto – sia per chi in seguito con le nuove tecniche si occupa della composizione del testo e della sua stampa: qui avviene una prima separazione analogica di contenuti e forma. Lo sforzo tecnico sembra comunque rivolgersi in una direzione precisa: rendere il più possibile semplice ed economico realizzare documenti da poter distribuire e conservare. Nel corso della storia della stampa e della pubblicazione, si fissano certe tipologie nella presentazione di documenti. Queste tipologie standardizzate sono tanto largamente usate che per lo più non le consideriamo regole e interpretiamo automaticamente il loro senso. Inoltre, si notano degli standard: il testo viene disposto secondo regole generalmente accettate. Le note, per esempio, vengono poste in zone precise della pagina, molti elementi di presentazione sono gestiti secondo un canone comune. Questa modalità operativa dura senza sostanziali cambiamenti di procedura fino a oggi. Alcuni comuni esempi nell’industria editoriale occidentale:

  • Uso del corsivo per il titolo di libri, giornali o altri documenti.
  • Uso del grassetto o di tipi larghi per titoli di capitoli.
  • Rientri dei paragrafi.

Gli elementi di presentazione li abbiamo visti milioni di volte, ma sono così abituali che per notarli è necessario astrarli dal contesto dell’informazione. Sono inglobati, embedded verrebbe da dire, in essa.
Queste regole, comunque, rendono possibile all’editore di un manoscritto il segnare (“mark up”) il contenuto del testo affinché il tipografo sappia come deve presentarlo nella pubblicazione a stampa. L’introduzione del computer, che rende superflua una grande parte del lavoro manuale, rende anche più facile la formattazione del documento, che passa dall’autore alla stampa. Ma per non perdere il controllo della formattazione dei documenti, è necessario introdurre un sistema di segnalazione per indicare al “dispositivo di output” (stampante o monitor che sia) come è strutturato il documento e come debba essere presentato. L’equivalente digitale dei segni dei copisti è il fare clic sul pulsante G di un word processor per ottenere del testo in grassetto: il markup elettronico.
Un copista non può scrivere senza inchiostro, uno scrittore dell’800 altrettanto, una macchina da stampa senza carta e inchiostri è bella a vedersi ma serve a poco. Le miniature nelle quali si rappresenta S. Giovanni che mette per scritto il Libro della Rivelazione, infatti, non di rado illustrano la leggenda del tentativo fatto dal Diavolo di sottrarre all’Evangelista le sue penne ed il calamaio portatile così da impedirgli di terminare la stesura dell’ultimo libro della Bibbia.
A parte facili battute sugli strumenti che S. Giovanni avrebbe potuto usare oggi, sul suo PC portatile e su come l’aspetto diabolico possa essere rappresentato da un noto sistema operativo o dalle batterie che finiscono inevitabilmente sul più bello, è evidente che la possibilità di pubblicare attualmente è ben più ampia: il Web può essere visto come una gigantesca casa editrice, multimediale e multietnica, che lo stampare il proprio libro e renderlo visibile a un pubblico potenzialmente enorme è piuttosto semplice ed economico e che l’inchiostro e la carta sono praticamente inesauribili. Una pagina sul Web non richiederà alcun pigmento o cellulosa, e il lettore potrà decidere di stampare autonomamente su carta i soli contenuti per lui interessanti.
Vorrei porre l’attenzione su una questione: a mio parere erroneamente (si capirà il perché nei paragrafi successivi) si continua ad applicare al Web il paradigma della biblioteca. Il Web non è una biblioteca, è una casa editrice con un catalogo sterminato.

Non ho dimenticato il mondo della biologia, fra poco ci torniamo – l’ho detto fin dall’inizio che quella frase innocua ci avrebbe portato lontano. Separare contenuti e relativa struttura dalla presentazione. Applichiamo la direttiva alla carta stampata. Impossibile. Come separare quel bel capolettera dal resto del testo? L’aspetto grafico è assolutamente legato al contenuto, proprio fisicamente.

Non si può neppure pensare di eliminarlo, poiché è funzionale al testo, serve a rendere maggiormente accessibile il significato. D’altra parte, se si potesse salvare in un qualche modo la quantità di informazione che riguarda il suo aspetto (colore, dimensione, tipo di carattere, le caratteristiche in genere definite grafiche) questo significherebbe poterla riutilizzare anche con altri testi e in altre pagine, per riprodurre lo stesso effetto senza impedire l’accesso al testo base anche senza di essa. Che cosa complicata. Osservo il codice HTML della pagina, come mi ha detto il mio amico, e in effetti noto degli elementi estranei in mezzo al testo comprensibile. Inoltre, quelli sembrano essere disposti secondo delle regole. Certamente, ora capisco:<h1> mi indica l’inizio del testo che nella pagina apparirà come titolo principale. Inoltre, </h1> ne indica la fine, <p>è un paragrafo, </p> la fine dello stesso.

Lo scheletro della pagina sono i tag, la marcatura, che descrivono il significato semantico di ciascun blocco informativo. Essi indicano al browser come disporre e ordinare i contenuti, e rendono possibile la sua elaborazione. Potevo pensarci prima, però. Ora quel che mi si chiede di fare non è indolore: non posso neppure immaginare di togliere la pelle a una creatura per conservarla separatamente dal suo scheletro e il resto degli organi. L’estrarne l’essenza poi ci porta direttamente alla magia nera. Mi rifiuto di pensare di intervenire con un raschietto sulla pergamena.
Che cosa non funziona?

Tutti i paralleli considerati non sono congruenti. Il mondo digitale è un mondo diverso, l’informazione è gestita in modo diverso. L’informazione non è più organica, ma completamente separabile dalla sua forma senza dover ricorrere a dolorosi e truculenti interventi e senza perdere in impatto visivo. La marcatura di presentazione può essere posta in un file ad essa riservato all’esterno del documento senza problemi: verrà utilizzata solo se necessario.

Come una specie di creatura telescopica la pagina Web, quando caricata, uscirà dal suo torpore e si mostrerà secondo le regole di marcatura strutturale e di presentazione indicate. Con la semplice direttiva iniziale arriva anche una novità tecnologica: lo sviluppo di HTML non proseguirà, si passa a XHTML.

Quindi siamo stati bombardati da una selva di acronimi, XML, SVG, CSS e così via. Robe da Web?

No. Un altro termine di cui si sente molto parlare è “accessibilità”, molte volte giustamente in relazione all’handicap, ma non è così obbligatorio. L’equivoco che ci fa pensare al Web come a una biblioteca (e non come a una casa editrice di tanti editori), e ci porta a creare i documenti per il Web come fossero per il mondo della stampa, consiste nella nostra naturale paura per il diverso. Si è portati a cercare l’analogia invece di distinguere la diversità, quasi sempre intesa come elemento negativo e non come possibile ricchezza. Anche in questo caso è successa la stessa cosa e si è cercato di usare il nuovo linguaggio come fosse una semplice estensione del precedente, senza accorgersi invece che era in atto una vera rivoluzione: informazione accessibile significa *anche* che è disponibile a tutti, in senso letterale.

Separare la presentazione da contenuti e relativa struttura logica significa che chiunque, ovunque, potrà leggere quel testo, abbia interesse o meno a vedere i fregi e le decorazioni, che sono senza dubbio importanti ma non indispensabili. Il mondo tipografico del Web ha proposto uno strumento originale e non derivato da un medium esistente adattato al nuovo contesto (nel file generato da un word processor le informazioni relative alla formattazione sono incorporate in codice binario all’informazione), in un formato universalmente comprensibile, poiché si tratta di due file di solo testo – il markup XHTML che struttura e richiama i contenuti e lo stile CSS che gli attribuisce la forma grafica prevista dal progettista.

I CSS sono una modalità operativa che propone nuovi concetti (come il Visual Formatting Model e le sue regole o gli stili aurali) al resto dei media. Siamo usciti dal Medioevo? Non lo so, ma mi sembra che la via sia quella giusta. Infatti, tutti i principali programmi di impaginazione nelle ultime versioni propongono una modalità operativa definita “struttura” e offrono la possibilità di salvare i file nel formato XML, l’altro grande ma ancora incompreso rivoluzionario.

La richiesta per tutta questa trasperenza è una sola: il file deve essere impaginato usando gli stili, ovvero deve essere possibile strutturarlo. I file PDF inoltre, se creati in modalità strutturata, ora possono essere interpretati da un browser vocale o uno screen reader.

Mica male come risultato. Separando i contenuti e il relativo markup strutturale dal markup di presentazione si ottiene quasi automaticamente un formato dei contenuti standard e quasi pronto per l’accessibilità, sia in tipografia sia sul Web. Una solidissima base su cui sarà facile implementare le ulteriori tecniche necessarie per raggiungere una completa accessibilità.

Spero che gli amanuensi non lo vengano mai a sapere.

Linguistica, sistemi, modelli: SGML

<prefazio>Nooo ancora SGML? Sì, questa è la seconda parte di “Dal markup del medioevo al markup di oggi“. Come risolvere tutti i problemi evidenziati nella prima parte, considerata anche l’enorme aumento dei libri disponibili, la complessità della documentazione, la necessità di rendere interoperabili i frammenti informativi e poterli riutilizzare, elaborare, trasformare? (da leggere: XML Web Kit, II ed, Goldfarb – Prescod – Jelliliffe – McGrath, un pacchettone di tre libri un po’ vecchi ma esplicativi per i ricercatori del gro[o]ve di SGML, verso XML.</prefazio>

da http://rmcisadu.let.uniroma1.it/~orlandi/modello.html

qualsiasi trasmissione d’informazione ne implica
una perdita parziale (entropia
dell’informazione)

Considerando, dal punto di vista informatico e semiotico, un testo come un mezzo per trasmettere informazione, si deve prendere atto che qualsiasi trasmissione d’informazione ne implica una perdita parziale (entropia dell’informazione). Questo accade dunque già prima del lavoro di codifica compiuto da chi inserisce testi in una memoria di tipo digitale; accade anche nella trasmissione manoscritta e a stampa. Non si allude qui all’eventuale accumularsi di errori, ma proprio all’impossibilità di conservare nella trasmissione testuale tutta l’informazione che un testo anche già scritto conteneva all’origine. Il lettore recupera quel tipo di informazione mediante una serie di operazioni mentali, cioè vari tipi di interpretazione, che si basano sulla sua competenza. Ne deriva che nella macchina occorre inserire non solo l’equivalente del testo come si presenta sul supporto planare, ma anche, per quanto è possibile, una certa competenza.

Una semplice codifica degli elementi superficiali di un testo scritto, e cioè la sequenza dei grafemi non basta, ma è necessario ricorrere ad una procedura più complessa, più aderente al complicato oggetto «testo», che sia capace di produrre un modello

Necessità del modello e modo di costruirlo

Il risultato essenziale delle ricerche a cui ci siamo riferiti è questo: che non basta, in ambiente informatico, ricorrere ad una semplice codifica degli elementi superficiali di un testo scritto, e cioè la sequenza dei grafemi, ma è necessario ricorrere ad una procedura più complessa, più aderente al complicato oggetto «testo», che sia capace di produrre un modello. Da un punto di vista operativo, questo ha portato alla formulazione di un apposito linguaggio mediante il quale è possibile descrivere gli elementi che formano il testo: lo «Standardized General Markup Language» (sgml).

Convegno: Il ruolo del modello nella scienza e nel sapere, Lincei, 27-28 ottobre 1998 , Tito Orlandi

Cos’è SGML

SGML (Standard Generalized Markup Language) è uno standard ISO (International Standard Organization n. 8879 del 1986) ed è un meta-linguaggio non proprietario di markup, leggibile, descrittivo, strutturato, gerarchico e, di conseguenza, permette di creare markup con queste caratteristiche.

ringraziamenti: materiale tratto dal lavoro di Fabio Vitali, Dept. of Computer Science Univ. of Bologna – ITALY

Essendo uno standard, SGML è il risultato di discussioni e compromessi fra i rappresentanti di tutte le comunità interessate al suo uso, è un investimento nel tempo di queste comunità e non dipende dai piani commerciali o dai capricci di una singola casa produttrice.

Meta-linguaggio di markup

Un meta-linguaggio è un linguaggio per definire linguaggi, una grammatica di costruzione di linguaggi. SGML non è un linguaggio di markup, ma un linguaggio con cui definiamo linguaggi di markup. SGML non fornisce le risposte di markup, ma una sintassi per definire il linguaggio. SGML non sa cosa sia un paragrafo, una lista, un titolo, ma fornisce una grammatica per definirli.

Linguaggio non proprietario

Non proprietario significa che non esiste un’unica ditta o casa produttrice che ne detenga il controllo. Viceversa, RTF è proprietà di Microsoft, come PostScript e Acrobat sono di Adobe. Essendo standard non proprietario, non dipende da un singolo programma, da una singola architettura. Gli stessi dati possono essere portate da un programma all’altro, da una piattaforma all’altra senza perdita di informazione. Inoltre, anche l’evoluzione nel tempo è assicurata per lo stesso motivo.

Markup leggibile

In SGML il markup è posto in maniera leggibile a fianco degli elementi del testo a cui si riferisce, e può essere usato sia da un programma sia da un essere umano. Il markup in SGML è semplice testo facilmente interpretabile.

Markup descrittivo

Il markup in SGML non è pensato unicamente per la stampa su carta: è possibile combinare markup per scopi o applicazioni diverse, e in ogni contesto considerare o ignorare di volta in volta i markup non rilevanti.

Markup strutturato

SGML permette di definire delle strutture, suggerite o imposte, a cui i documenti si debbono adeguare. Per esempio, si può imporre che un testo sia diviso in capitoli, ognuno dei quali dotato di un titolo, una breve descrizione iniziale e almeno un paragrafo di contenuto. Cioè, è possibile definire una serie di regole affinché il testo sia strutturalmente corretto.

Markup gerarchico

Le strutture imposte da SGML sono tipicamente a livelli di dettaglio successivi. Gli elementi del testo possono comporsi gli uni con gli altri, permettendo di specificare la struttura in maniera gerarchica. Per esempio, si può imporre che il libro sia fatto di capitoli, e che questi a loro volta siano fatti di un una descrizione e molti paragrafi. Una descrizione sarà quindi fatta di elementi, ciascuno dei quali sarà una frase composta di testo; i paragrafi saranno testo eventualmente contenenti anche elementi in evidenza o figure.

I documenti SGML

Un documento in un linguaggio di markup definito sulla base di SGML è sempre composto delle seguenti tre parti:

  1. Dichiarazione SGML
  2. DTD
  3. Istanza del documento

Dichiarazione SGML

La dichiarazione SGML contiene le istruzioni di partenza delle applicazioni SGML. Essa permette di specificare valori fondamentali come la lunghezza dei nomi degli elementi, il set di caratteri usati, le specifiche caratteristiche di minimizzazione ammesse, ecc.) Non è obbligatoria. Se è assente, viene usata una dichiarazione di default detta Reference Concrete Syntax.

La RCS definisce lunghezze e sintassi standard (come l’uso del carattere < per indicare l’inzio del tag).

Document Type Declaration

La dichiarazione del tipo del documento serve a specificare le regole che permettono di verificare la correttezza strutturale di un documento. Vengono cioè elencati [i file che contengono] gli elementi ammissibili, il contesto in cui possono apparire, ed altri eventuali vincoli strutturali. Nella terminologia SGML, si parla di modellare una classe (cioè una collezione omogenea) di documenti attribuendogli un tipo.

La Document Instance

L’istanza del documento è quella parte del documento che contiene il testo vero e proprio, dotato del markup appropriato. Esso contiene una collezione di elementi (tag), attributi, entità, PCDATA, commenti, ecc. Le applicazioni SGML sono in grado di verificare se l’istanza del documento segue le regole specificate nel DTD, e di identificare le violazioni.

I componenti del markup

Un documento con markup di derivazione SGML (inclusi HTML, XML, ecc.) contiene una varietà dei seguenti componenti:

  • Elementi
  • Attributi
  • Entità
  • Testo (detto anche #PCDATA)
  • Commenti

elementi

Gli elementi sono le parti di documento dotate di un senso proprio. Il titolo, l’autore, i paragrafi del documento sono tutti elementi. Un elemento è individuato da un tag iniziale, un contenuto ed un tag finale.

attributi

Gli attributi sono informazioni aggiuntive sull’elemento che non fanno effettivamente parte del contenuto (meta-informazioni). Essi sono posti dentro al tag iniziale dell’elemento. Tipicamente hanno la forma nome=“valore”.
<romanzo file="mobydick.sgm">…</romanzo>

entità

Le entità sono frammenti di documento memorizzati separatamente e richiamabili all’interno del documento. Esse permettono di riutilizzare lo stesso frammento in molte posizioni garantendo sempre l’esatta corrispondenza dei dati, e permettendo una loro modifica semplificata.

Testo #PCDATA

Rappresenta il contenuto vero e proprio del documento. Esso corrisponde alle parole, gli spazi e la punteggiatura che costituiscono il testo. Viene anche detto #PCDATA (Parsed Character DATA) perché i linguaggi di markup definiscono character data (CDATA) il contenuto testuale vero e proprio, e quello degli elementi è soggetto ad azione di parsing (perlopiù per identificare e sostituire le entità).

commenti

I documenti di markup possono contenere commenti, ovvero note da un autore all’altro, da un editore all’altro, ecc. Queste note non fanno parte del contenuto del documento, e le applicazioni di markup li ignorano. Sono molto comodi per passare informazioni tra un autore e l’altro, o per trattenere informazioni per se stessi, nel caso le dimenticassimo.

Processing Instruction

Le processing instructions (PI) sono elementi particolari (spesso di senso esplicitamente procedurale) posti dall’autore o dall’applicazione per dare ulteriori indicazioni su come gestire il documento XML nel caso specifico, Per esempio, in generale è l’applicazione a decidere quando cambiare pagina, ma in alcuni casi può essere importante specificare un comando di cambio pagina (oppure tutti i cambi pagina di un documento già impaginato). Un esempio tipico che conoscete bene:
<?xml version='1.0' encoding='UTF-16' standalone='yes'?>
<name nickname='Shiny John'>
<first>John</first>
<!--John lost his middle name in a fire-->
<middle/>
<?nameprocessor SELECT * FROM blah?>
<last>Doe</last>
</name>

Oppure,

<?NEWPAGE?>

Linguaggi basati su SGML

Tendenzialmente si pensa immediatamente a HTML, e molto probabilmente per molte persone SGML è una specie di effetto secondario di HTML, o ne hanno appreso l’esistenza leggendo le specifiche di HTML sul sito del W3C. In effetti, si dice:

HTML 4 is an SGML application conforming to International Standard ISO 8879 — Standard Generalized Markup Language

Prima di questo avvenimento, SGML era uno sconosciuto, o quasi. Ma esattamente, cosa significa?

Quando HTML è apparso sulla scena è stato un fenomeno. Ogni persona, non soltanto i tecnici, poteva pubblicare sul Web. Il Web, reso possibile dal markup, divenne un argomento di conversazione non riservato ai tecnici, ma di cui parlare anche bevendo un caffè.
XML sembra ripetere lo stesso straordinario fenomeno e in pochi anni ha cambiato il modo di scrivere, vendere e usare il software, e quotidianamente vengono rilasciati nuovi standard basati su esso.
Ne parleremo nella prossima puntata.

Una piccola, tendenziosa, storia tipografica

<prefazio>Tanto tempo fa, nel 2004, avevo iniziato un discorso a Webbit, dall’ambizioso titolo “Dal markup del medioevo al markup di oggi“[1. Ovviamente, sbagliando del tutto i tempi. A un certo punto, poco più in là dell’introduzione, vedevo la gente che si alzava. Un po’ scocciato, ho chiesto “Ma dove andate?”. Giustamente, mi è stato fatto notare che avevo già sforato di un quarto d’ora, e che fuori dalla porta c’era Bussolon che aspettava.]. È arrivato il momento di rispolverarlo e aggiornarlo. Mi scuso della lunghezza, l’argomento è complesso e si svilupperà su più post. Però, mi intriga vedere come molte cose dei manoscritti medioevali possano spiegare molte discussioni del Web moderno.</prefazio>

Per riuscire a comprendere alcuni punti fondamentali dell’accessibilità , è importante comprendere gli schemi mentali e le strutture culturali che ci portiamo appresso inconsciamente (come tante altre cose) riguardo tutti gli oggetti a stampa. Così come il nostro PC, anche il cervello possiede dei valori di default, che automaticamente carichiamo di fronte a determinati oggetti. Fra questi, qui parleremo dei libri, cercando di sfatare anche un’altra leggenda metropolitana: il cosidetto “Pregiudizio della stampa“.

La struttura delle pubblicazioni a stampa moderne segue determinate convenzioni che ne semplificano le possibilità di consultazione. Infatti, anche quando non lo si legga per intero, ci si aspetta di ricevere notizie su un determinato libro attraverso l’esame di alcuni elementi formali presenti in quasi tutti i libri come il titolo, il nome dell’autore, l’indice, la premessa (introduzione, prefazione), le note e così via.

Oltre a ciò, questi elementi formali sono sempre posizionati in un ordine universalmente accettato. Per esempio, il nome dell’autore, il titolo del libro ed il nome della casa editrice si trovano solitamente sulla copertina e/o nella prima pagina del volume stesso; l’introduzione dell’autore per i lettori è sempre posta prima dell’inizio del corpo del testo vero e proprio; il sommario si trova all’inizio del libro, e l’indice analitico in fondo. Le annotazioni bibliografiche ed i commenti sono posizionate vuoi a piè di pagina, vuoi al termine del testo.

All’interno del testo, complesse e sofisticate regole grafiche (se vi interessa l’argomento, da leggere assolutamente “Gli elementi dello stile tipografico“, di Robert Bringhurst) ci indicano come dedurre la struttura logica del contenuto (l’abbiamo già visto, per esempio nella serie di post dedicati agli “headings“).

La nostra storia inizia nel Medioevo, con alcune interessanti differenze dal libro come lo conosciamo noi e qualche spunto invece per quel che riguarda il Web. Vediamo perché [2. I testi di seguito riportati fanno riferimento a diverse fonti. La fonte fondamentale per me è il Dipartimento di Studi Medioevali di Budapest”, e gli interessantissimi studi presentati.]

I codici manoscritti medievali seguivano delle regole simili a quelle che conosciamo anche se non proprio le medesime: anche in quest’epoca, infatti, ogni libro iniziava con il titolo e con il nome dell’autore, quando fosse conosciuto.

A volte, la prima pagina di un manoscritto riportava una subscriptio, ovvero una iscrizione indicante il luogo e/o la data di pubblicazione del libro e/o il nome dello scrivano o del committente.
Subscriptio e colofone, un enunciato del medesimo contenuto del precedente solo posto alla fine del libro, quasi a fare da specchio alla subscriptio, sono elementi facoltativi che appaiono nei libri medievali solo sporadicamente.

Per l’editoria rinascimentale i colofoni sono maggiormente frequenti delle subscriptio e, per i primi libri a stampa, i colofoni rappresentavano il simbolo o marchio della casa editrice.

Entrambi questi elementi possono essere utilizzati per definire l’origine di un determinato manoscritto. Incipit, ovvero inizia, è la formula che indica l’attacco del testo [3. L’incipit è, come dice Traversetti , “l’esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri” e questo “avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe”. Nel leggere infatti la prima pagina noi non veniamo a conoscenza, ovviamente, di tutto il romanzo, ma ci creiamo dei percorsi mentali lungo i quali orienteremo la nostra lettura. (Wikipedia)].

Un po’ come si dovrebbe fare nelle pagine Web secondo il famosto modello della “piramide rovesciata” e infilando qui e là un po’ di segnaletica con i “paratesti“.

Nei codici nei quali sono riportati diversi testi (i quattro Vangeli, o un’antologia di sermoni) solitamente si trovano altrettanti incipit di quanto sono i testi.

L’incipit viene a volte confuso con il titolo o con la subscriptio per il semplice motivo che tutti cominciano con la parola incipit. Per la stessa ragione explicit, letteralmente spiegato, una formula che indica la fine del testo o di una sezione di esso, è spesso confusa con il colofone. I manoscritti che venivano acquisiti per le biblioteche, monastiche o secolari che fossero, erano sovente marcati con un bollo che ne segnalava l’appartenenza ad una particolare collezione o persona. Questi sigilli, detti ex libris, sono solitamente posti all’inizio del manoscritto e rappresentano una fonte di inestimabile valore per individuare la provenienza dei manoscritti stessi. i libri venivano letti senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine.

L’indice o lo schema analitico del contenuto di un volume, fece la sua comparsa come conseguenza di una nuova inclinazione verso la lettura. Prima che intervenisse tale cambiamento, i libri venivano letti senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine. Questo era il modo di leggere meditativo tipico dell’ambiente monastico, che non aveva alcuna necessità di dover rapidamente riconoscere e trovare una sezione particolare di un determinato libro. Con il XII secolo e la nascita del pensiero e del metodo di studio della Scolastica, la disposizione verso la lettura conobbe un profondo mutamento: studenti, professori e predicatori, infatti, intendevano il libro più come uno strumento dal quale attingere informazioni e citazioni che come semplice oggetto di lettura.

Questi nuovi lettori volevano e dovevano essere in grado di effettuare una rapida ricerca per argomenti in qualsiasi testo, tralasciando le parti che non erano di loro interesse. L’esistenza di un indice preliminare al testo divenne, quindi, un elemento fondamentale per ogni codice a partire dal XII secolo in poi.
All’inizio gli indici erano delle semplici liste di titoli di capitoli (elemento? <ol>, senza dubbio), ma in seguito diventarono schemi ragionati degli argomenti contenuti nel libro (mappa del sito?). ricerca per argomenti in qualsiasi testoQuesto è il caso dei Decreti di Graziano, un complesso testo di giurisprudenza, che includeva non solo l’elenco del numero e del titolo dei capitoli ma anche una tavola sinottica con i compendi degli argomenti discussi in ogni capitolo e paragrafo.

La numerazione delle pagine è una pratica che si sviluppò solo gradualmente nell’ambito dei manoscritti medievali.

All’inizio i soli Quaderni erano segnalati attraverso l’uso di parole chiave (tag ?) o contrassegni. Il contrassegno era solitamente la prima parola della prima linea del Quaderno seguente e veniva scritto sul margine, nell’angolo basso a destra dell’ultimo foglio verso del Quaderno precedente. Più tardi venne introdotta la norma di indicare la sequenza dei Quaderni con numeri o lettere. parole chiave o contrassegniL’insieme di questi segni era annotato dallo stesso copista autore del testo in modo che il rilegatore fosse in grado di rilegare i diversi Quaderni correttamente fra loro.

Due fattori portarono alla definitiva accettazione del metodi della numerazione dei fogli: lo sviluppo degli scrittoria e il cambiamento della funzione del libro. Sistemazione del testoI libri medievali erano scritti a mano, e per facilitarne la lettura vennero elaborate speciali tecniche. Nell’Alto Medioevo, l’intero testo, a parte l’incipit e le iniziali, veniva redatto in uno stesso stile. In seguito, vi furono notevoli sviluppi. Per meglio visualizzare la separazione fra testo e commento visualizzare la separazione fra testo e commento (o un insieme di commenti), sulla stessa pagina venivano utilizzate differenti tipi di grafie, stampatello così come diversi corsivi.
Il titolo di un libro e gli incipit delle varie parti di un libro erano di regola scritte con un particolare stile decorativo che poteva perfino renderne difficoltosa la lettura. Lettere più grandi, in rosso o raramente in blu, erano usate per indicare l’inizio di una sezione. Queste sono dette iniziali (o capolettera).

A partire dal XII secolo, alcune lettere, le cosiddette litterae notabiliores, più grandi del resto del testo ma più piccole rispetto alle iniziali, erano utilizzate per denotare le divisioni minori del testo. Per facilitarsi il compito e rendere più veloce la riproduzione di un manoscritto, gli scrivani medievali usarono numerose abbreviazioni. O acronimi?
Queste venivano principalmente usate nei testi Latini e i Greci anche se i manoscritti volgari tardo medievali mostrano numerose abbreviazioni. Vi sono tre categorie principali di abbreviazioni: le sospensioni, nelle quali viene accorciata la fine di una parola; contrazioni, nelle quali un’altra porzione della parola stessa risulta abbreviata; i simboli della abbreviazioni che prendono il posto di intere parole. Quest’ultimi spesso sono stati tramandati dall’Antichità (figurati… e noi pretendiamo di risolvere con e ), come per esempio la cosiddetta annotazione tironiana & per ‘et.’ Ovunque, le abbreviazioni erano usate per denotare nomi santi come nel caso di Xpc per Cristo.

Divisione del Testo

flusso ininterrotto di parole Il testo dei libri medievali fino al primo millennio della nostra era, erano più o meno un flusso ininterrotto di parole senza alcuna delle interruzioni alle quali è abituato il lettore moderno. Le parole, infatti, non erano sempre separate le une dalle altre, non vi era divisione in paragrafi o capitoli, e le note non erano distinguibili dal discorso dell’autore. Inoltre, speciali grafie altamente decorative aggiungevano altri problemi alla leggibilità del libro . In conclusione, tali libri non erano prodotti per speciali grafie altamente decorative aggiungevano altri problemi alla leggibilità del libroessere letti rapidamente ed anzi, alle volte, non era proprio previsto che venissero letti: erano, invece, spesso regali prestigiosi o manufatti artistici per i quali l’aspetto estetico era maggiormente importante del contenuto.

Per questo motivo, probabilmente anche a partire dallo stesso Alto Medioevo, i libri intesi per lo studio più che per il piacere estetico, erano organizzati in altro modo. Per esempio, la Bibbia di studio era praticamente priva di decorazioni, veniva scritta in stampatello leggibile ed il testo era suddiviso in capitoli e versi (senza CSS, in pratica).
Nel XII secolo apparve una nuova generazione di lettori, con nuove esigenze rispetto all’organizzazione del testo. Ciò ebbe una notevole influenza sul modo generale di organizzare il testo, incluso la sua suddivisione in diverse parte e sezioni . A questo punto, le parole sono una separata dall’altra. Lo stesso testo era diviso in capitoli e sottocapitoli, con le intestazioni contenenti numeri o parole o entrambi. suddivisione in diverse parte e sezioniLa pratica di numerare i capitoli, anche se nota fin dall’Antichità , divenne la norma solo dal XII secolo.

Questa numerazione veniva posizionata sul margine, accanto al testo. Nei manoscritti più antichi, che ne erano privi, venne inserita successivamente dai lettori In seguito, i titoli dei capitoli combinavano insieme il numero ed il contenuto del capitolo. Nella maggior parte dei casi i titoli dei capitoli no erano opera dell’autore del testo. In effetti, nei manoscritti più antichi vennero inseriti successivamente dai lettori del XII secolo.

Più tardi, gli scribi copiarono gli stessi testi con i titoli, inserendoli nelle corrette posizioni nel corpo del testo e, soprattutto, costruirono indici analitici grazie ai quali, combinandosi titoli dei capitoli e numeri di pagine, si ottenne un pratico sistema di riferimento e consultazione. L’uso di lasciare spazio ai margini del testo prese piede a partire dal secolo XII per marcare interruzioni del testo stesso e per le note.
Il margine superiore era lasciato per i titoli correnti o testatine che rispecchiavano i titoli dei capitoli. I titoli correnti o testatine risultavano molto utili per scorrere velocemente il testo. La spaziatura su entrambi i margini con relative annotazioni era assai pratica nei testi teologici e legali per i quali il lettore necessitava una guida per sviscerare tali complesse materie.
Nel corpo stesso del testo i diversi stadi della trattazione erano distinti attraverso litterae notabiliores.

Inoltre, alcune parti dell’argomentazione erano indicate e contrassegnate da speciali sigle
quali quaestio, prima causa, secunda, objectio, responsio, distinctio ecc.
Bè, questi sono proprio dei tag, e questo è markup.

<quaestio>E' nato prima l'uovo o la gallina?</quaestio>

<responsio>bò</responsio>

I margini venivano anche usati per indicare riferimenti bibliografici, anche incrociati, e note. Tali riferimenti erano anche utili per poter rapidamente ritrovare una particolare sezione di un testo ritrovare una particolare sezione di un testo per mezzo di un indice posto in volume separato, come nel caso delle concordanze bibliche. Le concordanze collegavano diverse parti dello stesso manoscritto. Le note prima del tredicesimo secolo, e spesso anche successivamente, erano inserite proprio all’interno dello stesso corpo principale del testo invece di essere poste sui margini. Nel corso del tempo, fu elaborato un sistema di segni per indicare le note. Il testo delle note sarebbe stato di solito indicato attraverso punti o virgole sui margini e, ogni tanto, l’intero testo poteva essere compreso da una linea. La fonte di una nota (l’abbreviazione del nome dell’autore) sarebbe stata posta accanto alla medesima, sullo stesso margine.

Disposizione del testo

Prima del XII secolo un qualsiasi testo era normalmente scritto su una o due colonne della stessa grandezza, implicando perciò l’uguaglianza dei contenuti in entrambe le colonne. Nel caso in cui uno scrivano o un lettore successivo avesse sentito la necessita di aggiungere qualcosa o di discutere il testo, o di commentarlo in qualche maniera, questa addizione (detta glossa ) sarebbe stata inserita fra le righe o posta sui margini senza seguire alcun ordine particolare.glossa, aggiungere qualcosa o discutere il testo

wiki

A partire dal XII secolo tre campi del sapere medievale, ovvero teologia, giurisprudenza e studi biblici, contribuirono a creare una nuova tendenza verso la disposizione spaziale del testo sulla pagina.

La ragione per una tale innovazione stava nella necessità di riuscire a presentare l’importanza del testo originale pur circondato dall’insieme dei commenti tradizionali.
I migliori esempi di tale ricerca sono la Glossa Ordinaria (Bibbia commentata), le Sentenze di Pietro Lombardo (esposizione concisa delle dottrine della patristica), e i Decreti di Graziano (commenti alla legge canonica).
Queste composizioni tentano di presentare il testo originale ed il corpus dei commenti tutto su una medesima pagina, in modo da rendere più accessibile la comprensione di una fonte tanto importante.

Vi erano diversi modi di disporre il testo su una pagina, pur essendo la maggiore caratteristica comune a tutti questi diversi metodi il concentrarsi più sul commento che sul testo originale. Nel caso delle Bibbie glossate, il testo principale veniva scritto nella piccola colonna centrale ma con una grafia grande, chiara e ben spaziata. Le glosse, scritte in una grafia ben più piccola, qualche volta in corsivo, scorrevano parallelamente ai lati del testo principale, e due righe di glossa corrispondevano ad una del testo principale. Effettivamente, il testo delle glosse diveniva un vero e proprio scritto e se stante che trovava spazio, quindi, in colonne a destra e sinistra del testo principale, per le quali una posizione precisa doveva essere assegnata precedentemente, già nel corso del Rigare/Tracciare le linee (avete presente le griglie CSS?).
parole chiave o lemmata
L’inizio di ogni singola glossa era largamente collegato con il corrispondente luogo nel testo principale. Le parole chiave , o lemmata, venivano distinte nei commenti attraverso la sottolineatura (non è clamoroso? proprio come i nostri link).

Il testo del commento seguì uno sviluppo simile a quello del testo principale: le diverse parti erano indicate mediante lettere più grandi, segni ai margini, e la divisione del testo in piccole differenti porzioni divisione del testo in piccole differenti porzioni. Le note, in principio inserite nelle glosse stesse, vennero poi segnate da punti sui margini ed il nome abbreviato dell’autore consentiva l’identificazione della fonte. In seguito, lo scritto del commentatore fu distinto da quello della sua fonte attraverso una divisione in paragrafi. Con una apposita classe, verrebbe da dire.

La prima università europea 1119: prima università europea fu fondata a Bologna nel 1119, quindi Siena nel 1203 e Vincenza nel 1204. Alla fine del 13 secolo, le università avevano trovato sede in Parigi, Bologna, Padova, Ghent, Oxford eCambridge.

Questi nuovi centri di studio crearono una nuova domanda di libri. Gli studenti non potevano avere accesso ai libri segregati nei monasteri e comunque avevano bisogno di libri non ancora disponibili, per esempio testi non religiosi. Quindi le università crearono una richiesta di libri e un sistema di utilizzo diverso dal precedente, quasi esclusivamente religioso. cartolai e copistiPer rispondere a queste richieste delle università si crearono due nuove categorie: cartolai e copiatori di libri, i copisti. Queste persone creavano i libri di testo che, dopo un attento studio e comparazione con altri libri per verificarne l’accuratezza, gli studenti avrebbero copiato. Quando uno studente aveva bisogno di un libro, si recava alla cartoleria e lo copiava, a mano, oppure pagava il copista per realizzarne una copia.

Non c’era il copia/incolla, ovviamente, e in fin dei conti molti contenuti delle pagine Web attuali vengono ancora generati da copisti, più o meno avveduti.

Questo metodo presentava però due tipi di problemi. Il primo deriva direttamente dai possibili errori introdotti dalla copia; il secondo, per quanto accurata potesse essere la copia in possesso della cartoleria, non c’era modo di verificare quanto accurata fosse la copia eseguita dal copista (avete presente Wikipedia?).

La combinazione di questi due fattori poteva produrre una grande entità di errori nei libri di testo. Gli errori potevano prodursi per stress del copista (o dello studente che eseguiva la copia), noia o semplicemente perché non rilevati.

Inoltre, reperire un libro era davvero difficile. Il libro richiesto da una particolare classe universitaria era reso disponibile dall’università , ma poter svolgere ricerche per proprio conto poteva essere impossibile.

Gutenberg e gli inchiostri a base oleosa

Nel 1452 Gutenberg concepì l’idea dei caratteri mobili Nel 1452 Gutenberg concepì l’idea dei caratteri mobili. La macchina da stampa non è una singola invenzione, bensì l’aggregazione delle tecnologie ‘tipografiche’ del secolo precedente: la stampa a caratteri mobili è conosciuta in Europa sin dal ritorno di Marco Polo dall’Asia, nel secolo tredicesimo.

Anche la carta arriva dalla Cina (dodicesimo secolo) ma era ancora un supporto troppo fragile per i libri, soprattutto in confronto alla pergamena di origine animale, estremamente resistente, anche perché per fare un libro ci volevano anche più anni. Però, la pergamena costava moltissimo.

L’invenzione dell’inchiostro risale al decimo secolo, ma non era adatto alla pergamena con cui venivano realizzati i libri e i monaci utilizzavano un impasto a base d’uovo.

Il contributo di Gutenberg al mondo della stampa è lo sviluppo di un sistema di stampa a pressione che permise la produzione di massa dei caratteri mobili usati per riprodurre una pagina di testo. Le lettere venivano composte su una barra metallica e se una si rompeva, poteva essere cambiata. Quando la stampa delle copie di una pagina era terminata, i caratteri mobili potevano essere riusati per il prossimo libro.

Lutero e la riforma protestante

primo movimento rivoluzionario di massa

Relativamente alla stampa, l’innovazione reale nella cultura arriva all’inizio del sedicesimo secolo, con la riforma protestante. Nel 1536, John Calvin pubblica il suo lavoro a Strasburgo, quindi si sposta a Ginevra, in Svizzera. La riforma è il primo movimento rivoluzionario di massa, e in parte è dovuto alla propaganda stampata.

Sono io bacato o anche qui ci sono analogie con certi problemi del Web, con l’ansia di controllo che sembra ogni tanto prendere i nostri politici e/o centri di potere? Bè, un precedente c’è, ed è questo.

Le persone che in quel periodo sapevano leggere erano davvero poche, quindi la propaganda prende forma di immagine. Oggi forse sarebbero banner in Flash. L’obiettivo proncipale era il papa, disegnato come ‘Whore of Babylon.’

Questo avvenimento produce la produzione di nuovi libri di stampo scientifico, matematico e militare.

Nel secolo tredicesimo, le scienze avavano avuto un grande sviluppo col ritorno dei crociati dalle loro avventure di conquista. Essi avevano riportato copie dei testi di greci e romani, persi per il pubblico europeo dopo la caduta di Roma. Fra questi testi, i migliori erano quelli di scienze prodotti dai greci, che vennero riprodotti a stampa. Il risultato finale di queste stampe e gli effetti sulla vita europea hanno più in comune con l’economia che con la cultura: mappe e informazioni geografiche che verranno utilizzate per l’espansione europea nel mondo.
Il resto, lo sappiamo.

e oggi?

Si diceva nel 2000 (fonti e appofondimenti):

In questo contesto, allora, come potrebbe incidere il passaggio dall’universo stampato a quello elettronico, prodotto dal word processing, computer conferencing e ipertesto, sul nostro senso di proprietà del sapere? Una delle più importanti caratteristiche della tipografia, se crediamo a McLuhan e ai suoi seguaci, è quella metaforica. Qui non stiamo parlando dell’uso investigativo della metafora, come chiave di lettura del futuro alla luce del passato, che Heim è così riluttante ad accettare. Stiamo parlando del trasferimento metaforico di caratteristiche del medium di comunicazione di una cultura ad altri aspetti della stessa cultura .
McLuhan suggerisce, per esempio, che la riproduzione di testi mediante serie ordinate di unità tipologiche esattamente ripetibili e individualmente insignificanti, presenta sorprendenti e strette analogie e forse fornisce il modello della società industriale avanzata, in cui un’intera economia è costituita da piccoli pezzi di proprietà individuale, inclusa quella intellettuale.

Questo tipo di speculazioni può spingersi al livello di asserzioni indimostrabili per le quali McLuhan è stato giustamente criticato. Tuttavia, se noi accettiamo provvisoriamente che il medium può talvolta essere la metafora, possiamo forse imparare qualcosa circa gli effetti della seconda trasformazione osservando le vie metaforiche in cui essa ci consente di concettualizzare il sapere.

Uno dei modi più importanti in cui opera la metafora elettronica non è tanto di cambiare le procedure attraverso cui gli scrittori producono sapere, quanto quello di rendere tale processo più immediatamente visibile attraverso i tipi di operazioni che lo consentono e le tappe concrete percorse dagli scrittori. Uno dei modi più importanti in cui opera la metafora elettronica non è tanto di cambiare le procedure attraverso cui gli scrittori producono sapere, quanto quello di rendere tale processo più immediatamente visibile attraverso i tipi di operazioni che lo consentono e le tappe concrete percorse dagli scrittori.

Dopotutto è stato osservato che il mito della scoperta individuale del sapere è esattamente questo, un mito. Questa posizione è riassunta in modo egregio in Invention as a Social Act (1987) di Karen Burke Le Fevre, un’opera che riporta resoconti di invenzione collettiva dalla teoria della letteratura postmoderna, dalla filosofia del linguaggio e dalla psicologia sociale per dimostrare la nuova importanza assunta dalla collaborazione fra gli scrittori. Fra queste fonti una delle più importanti è Foucault:

‘(Foucault) descrive l’inizio del discorso come una riapparizione all’interno di un processo continuo senza fine:
‘Nel momento del parlare è come se avessi percepito una voce anonima che mi precedeva da lungo tempo e che mi irretiva. Non ci devono essere stati inizi: al contrario il discorso proveniva da me finché io stavo sul suo cammino ‘ un lieve distacco ‘ ed esso sarebbe sparito’. Sviluppando questa prospettiva si può giungere a considerare il discorso non come un evento isolato, ma piuttosto come una costante potenzialità che si evidenzia occasionalmente nel parlare o nello scrivere¦ Tale prospettiva suggerisce che le vedute tradizionali su un evento o un atto si sono rivelate ingannevoli quando hanno preteso che l’unità individuale ‘ un discorso o un testo scritto, un singolo eroe, una battaglia o una scoperta particolare ‘ sia chiaramente separabile da una più grande e continua forza o corrente di eventi di cui essa fa parte. Per ragioni analoghe Jacques Derrida ha criticato le teorie letterarie che cercano di spiegare il significato di un testo a prescindere dagli altri testi che lo precedono e lo seguono‘. (p. 41-42)

I sociologi della scienza condividono questa concezione del sapere come prodotto collettivo anziché individuale.

Lo studio di Diana Crane Invisible Colleges (1972), per esempio, documenta l’ampiezza con cui le idee vengono alimentate e sviluppate attraverso reti di interazioni fra scienziati, che possono anche provenire da tante diverse discipline ‘ufficiali’, ma che formano un gruppo sociale potente intorno a un problema comune. Tuttavia la tecnologia della stampa attraverso cui questo sapere prodotto in comune viene trasmesso e quindi staccato, fossilizzato, astratto dalle rete di interconnessioni intellettuali che lo ha creato ‘ fa valere continuamente il messaggio opposto. Il significato metaforico della tecnologia della stampa è isolamento e non comunità Il significato metaforico della tecnologia della stampa è isolamento e non comunità .

In particolare la facoltà di rivendicare il contributo personale in una rete intertestuale e di stamparlo con il proprio nome ‘ una facoltà resa possibile da quella stessa stampa che permise il grande accumulo del sapere ‘ fa nascere l’idea che il sapere sia posseduto individualmente.

Io credo che la comunicazione mediata dal computer fornisca un messaggio metaforico totalmente differente, tale da poter estrarre le teorie del sapere collaborativo dal regno della filosofia del linguaggio e da stamparle indelebilmente nella coscienza dell’intera società . Cominciamo col considerare quello che è oggi l’aspetto più universale della comunicazione mediata dal computer, il word processing. Ricordiamo che uno degli effetti psicologici più importanti della scrittura in generale e della stampa in particolare è la fossilizzazione di un testo in un oggetto esteriore. Ora, la composizione di un word processor divide la produzione di un testo in due stadi distinti. Alla fine il testo esce in uno stadio di chiusura più o meno completa, una volta che la stesura ‘finale’ è pubblicata in hard codex.

Ma il word processor rende molto più fluido il testo abolendo le bozze e le pagine e trasformandolo in un lungo documento continuo, un rotolo di carta esaminato attraverso una finestra scorrevole di 25 linee. Benché questa piccola finestra possa essere un problema per gli studenti che non riescono sempre a visualizzare l’intero testo come un’unità (si veda per es. Richard Collier, The Word Processor and Revision Strategies, 1983), gli scrittori esperti generalmente perdono la loro dipendenza da ciò che possono vedere sullo schermo e interiorizzano il senso di un testo che esiste in uno stato infinitamente mutevole. Anche la stampa, apparentemente fissa e immutabile, può essere vista come puramente provvisoria, poiché ne può essere prodotta a piacimento una nuova che incorpori cambiamenti.

Un aspetto fondamentale di questo tipo di testo è che esso può essere facilmente ricombinato con altri.

Un aspetto fondamentale di questo tipo di testo è che esso può essere facilmente ricombinato con altri. Gli scrittori esperti che usano il word processor sono ben consci di quanto spesso essi incorporino i loro stessi testi passati per citazioni, paragrafi ben formulati, idee tagliate dalle bozze e conservate per opere future in cui sarebbero state più appropriate. Ma questo aspetto non diventa veramente significativo finché il testo proprio dello scrittore non comincia a interagire con altre fonti testuali disponibili on line. Il word processor è spesso visto come uno stadio preliminare di scambio elettronico di opinioni poiché il testo ‘postato‘ è spesso preparato inizialmente su qualche tipo di word processor (o PC o mainframe editor). Comunque questa metafora può essere rovesciata: il word processor viene a essere alimentato di informazione on linetanto quanto il contrario. Nella misura in cui altre fonti testuali sono disponibili in formato macchina – testi ricevuti tramite conferenze elettroniche, pubblicazioni on line, testi scaricati da database, ecc. ‘ la consapevolezza dell’intertestualità , di cui parla la LeFevre, diventa sempre più un dato oggettivo e le sue implicazioni sempre più inequivocabili. Lo scorrere insieme di testi nello spazio della scrittura elettronica, testi non più disponibili come unità discrete, ma come campi continui di idee e di informazioni, risulta nello spazio elettronico tanto più facile ‘ e non solo fisicamente più facile, ma psicologicamente più naturale ‘ di quanto non sia mantenere separata la proprietà delle idee.

Intertestualità , una volta un concetto filosofico, sta diventando uno stile di vita.

Quando l’informazione viene diffusa elettronicamente nel testo cominciano a scorrere scritti antecedenti e posteriori nella misura in cui l’autore integra i commenti degli altri nel documento che si aggiorna. Come Hiltz e Turoff osservano in The Network Nation (1978) la distinzione fra bozze, preprint, pubblicazione o ristampa viene ora meno, in quanto vi è lo stesso ‘foglio’ o insieme di informazioni, semplicemente modificato dall’autore quando questi lo rielabora sulla base delle critiche dei lettori (p. 276).

Infine le distinzioni fra autori e documenti vengono a cadere completamente. Hiltz e Turoff inseriscono fra le sezioni del loro libro The Network Nation delle fantasiose citazioni tratte da un futuro ‘Boshwash Time’; una di queste profetizza proprio la fine della paternità individuale di un libro a causa del sistema collaborativo promosso dal computer: ‘Un gruppo di 57 scienziati sociali e esperti dell’informazione si sono divisi oggi il Nobel per l’economia, mentre 43 fisici e studiosi di altre discipline hanno ottenuto il premio per la fisica ¦ Quando per la prima volta otto anni fa fu annunciato un tale premio collettivo, il comitato tentò di convincere il gruppo interessato a indicare fra i suoi membri quei due o tre che erano maggiormente responsabili della teoria sviluppata. Ma il gruppo nsistette che ciò era impossibile. Il Dr. Andrea Turoff, portavoce del gruppo, spiegò: ‘noi siamo impegnati in ciò che chiamiamo un sinologio (synologue) un processo in cui la sintesi del dialogo stimolata dal processo collaborativo crea qualcosa che non sarebbe stato possibile altrimenti‘. (pp. 464-65)

In breve, con la comunicazione elettronica la nozione del testo statico posseduto individualmente si dissolve di nuovo nella fluidità dell’espressione collettiva tipica della cultura orale. In breve, con la comunicazione elettronica la nozione del testo statico posseduto individualmente si dissolve di nuovo nella fluidità dell’espressione collettiva tipica della cultura orale. Se il materiale di cui esso è fatto è disponibile attraverso il computer, l’assemblaggio di documenti (document assembly) ‘neologismo molto efficace’ diventa l’analogo del poeta orale che rifonde espressioni idiomatiche ed epiteti in trame familiari, pervenendo a creare nella preesistente rete di sapere epico, una riattualizzazione di conoscenze che sono state di pubblico dominio da prima della sua nascita (vedi Bolter, Writing Space, 1991). Nel mondo elettronico come in quello orale la latente intertestualità della stampa è consapevolmente riconosciuta: appare più ovvio che l’originalità stia non tanto nella creazione individuale di elementi singoli quanto nella realizzazione dell’intera composizione.

Ma naturalmente c’è fusione e fusione. Quando costruisce le sue storie, il cantastorie è profondamente inserito in un contesto retorico e culturale. Il suo pubblico è fisicamente davanti a lui ed egli mette insieme le sue storie in uno stretto sodalizio sia col pubblico che con i suoi personaggi, lo sfondo tribale di cui è espressione la sua figura. ‘La reazione dell’individuo non è espressa a livello semplicemente personale o soggettivo, ma è piuttosto incorporata nella reazione della comunità , nell’anima collettiva‘ (Ong, 1982, p. 46).
Invece, certi tipi di rielaboratori elettronici, potenziati con aiuti mnemonici quali il CD Rom contenente migliaia di lettere tipo e di programmi di diffusione attraverso cui può distribuirle automaticamente, possono separarsi così totalmente dall’occasione retorica, da cessare di avere la minima connessione con qualsiasi sapere umano (Cragg, The Technologizing of Rhetoric, 1991).
Ma un processo è definito al meglio non dai suoi estremi patologici, bensì dai principali usi a cui lo destina una società . Se usato da scrittori esperti che stanno componendo in un contesto retorico e non solo ricopiando formule nel vuoto, il relativamente facile taglia e incolla di brani letterari tratti da diverse fonti può diventare un’importante metafora operazionale di connessioni intertestuali.

Continua prossimamente, mi scuso della lunghezza ma non saprei come altro fare.

Un po’ di riferimenti

Semantica e markup

Sì sì, ora parliamo anche di questo. Perché, si sente sempre dire di questa “semantica del markup” e “markup semantico” ma non sembra poi così automatico il capire che cosa significhino queste parole. E che relazione ha con l’accessibilità?
Intanto, quali sono i tipi di markup? Ne esistono di varia natura.

Markup presentazionale. È ciò che fanno Word e altri WP, sia formattando in locale sia utilizzando gli stili di paragrafo (che comunque già sarebbe meglio di niente); includono codici nel testo dicendo “questo è grassetto”, “questo è Times allineato a destra”, e così via.Non c’è alcuna possibilità di “indirection“[1. ma come si dice in italiano?], sono regole inflessibili, poco longeve e poco riusabili, però questo tipo di markup è in grado di produrre pagine belle da vedere. In essenza, il markup presentazionale non è visibile all’utente, rendendo così falso il famoso detto” What You See is What You Will Get” che invece viene proclamato proprio in queste occasioni. È da notare però che Word 2003 Pro permette di gestire strutture presentazionali e descrittive contemporaneamente, creando così una specie di mostro, ma utile in certe situazioni.

Markup procedurale. Questo approccio include strumenti unix come troff o TeX, o il inguaggio di descrizione pagine PostScript. Le primitive sono presentazionali, ma incluse in un framework procedurale e così sono disponibili macro e subroutine, e lo stato grafico è sempre conosciuto, come sa chiunque abbia trafficato con primitive PostScript come gsave e grestore. Il markup procedurale può essere editato direttamente dagli umani; ancora oggi molti documenti di fisica o matematica vengono scritti a mano con TeX o LaTeX. Inoltre, quando utilizzate da un esperto, queste tecniche possono produrre output di qualità. Le persone che usano il markup procedurale tendono a costruire macro e soubroutine sempre più sofisticate. Per esempio, assemblano istruzioni che producono “testo grande 16 punti bold sans-serif”, chiamandole title. Che ci conduce a…

Markup descrittivo. Questo è il termine che spiega nel miglior modo cosa tentano di fare XML (e il suo predecessore SGML). L’idea è che il markup non dica come formattare un blocco di testo, ma che tipo di elemento informativo questo rappresenti; come suggerisce il nome, che ne descriva il contenuto (questo è un paragrafo, questa una tabella, un titoli di primo livello, e così via). Il termine forse più corretto in questo contesto è “etichetta”. XML (SGML) fornisce un modo semplice e flessibile per etichettare gli elementi di una struttura dati e per mandarla in giro per il mondo con tutte le sue etichette. HTML è una serie di etichette preconfezionate e progettate in quel modo allo scopo di essere la “lingua franca for publishing hypertext on the World Wide Web”. Come tante altre tecnologie del Web, il markup descrittivo è nato nel mondo delle tecnologie di publishing, e i suoi vantaggi in termini di pubblicazione a grande scala sono evidenti, tanto che non è il caso di parlarne. Con XML si esce dal mondo del publishing, ed è lecito chiedersi se il markup descrittivo possa essere utilizzato anche in altri ambiti. La risposta è sì, le eccezioni sono pochissime. Per esempio, alcuni tag non sono “soltanto” descrittivi, come <b> o <xslt:apply-templates>.

Perché le etichette sono importanti, e perché si parla di “semantica”? Il primo (human-oriented) livello di semantica accade quando applicate etichette a brani di testo in modo che questa attività si rifletta in un significato comprensibile a una persona, e quando selezionate le etichette con una certa cura.

Sembrerebbe una cosa semplice e sensata, ma guardando certe pagine Web si vede che non è così, ed è lecito chiedersi come mai. Nel caso di HTML, le etichette disponibili per gli elementi sono di significato piuttosto chiaro e auto-esplicativo, cosa c’è di difficile? Eh. La cosidetta “presentazione” rende le cose difficili. In un ambiente di authoring ideale, non ci dovrebbero essere elementi presentazionali predefiniti. Un titolo di primo livello non dovrebbe essere grosso e in grassetto, ma soltanto etichettato <h1>.

Fate, se vi va, un esperimento. Scaricate un programma della categoria “WYSIWIM”, ovvero What you see is what I mean, per esempio Lyx o WYMeditor, un editor XHTML web-based, o almeno guardate la demo. Provate a usare uno di questi strumenti, senza pensare alla presentazione ma guardando con attenzione le “etichette”. Descrivono accuratamente il significato di quel frammento di informazione? Dopo aver finito questa analisi ok, ora si può pensare ai CSS. Non prima di tutto…

Perché la struttura è importante per l’accessibilità? Ricordate il concetto di indirection[2. ma come caspita si dice in italiano?] all’inizio? Se ci pensate, i marcatori fanno da flag, e qualsiasi software, assistivo o meno, sa come puntare e gestire dei flag.

Se il flag ha anche un significato semantico (per esempio, questo è un Titolo1, questo Titolo2, e così via) sarà molto semplice per un programma ricavare dal documento queste informazioni, ed elaborarle per ottenere un indice del documento (basta puntare ed estrarre tutti i titoli, e ordinarli) o elencare tutti i link presenti, o individuare le tabelle e i form. Basta cercare i nomi degli elementi e sapere come gestirli… Semplice, vero? È a questo che servono gli standard.

Si tratta di un passo determinante, gratuito e che migliora la qualità del vostro lavoro. Non capisco come sia possibile non approfittarne a man bassa.

Dreamweaver CS4

Fra le varie cose di cui mi occupo, faccio anche il beta tester di quel monumento di programma che è Dreamweaver CS4. Non sono imparziale, lo so, ma è uno dei miei programmi preferiti, se non il preferito.

Da un po’ di tempo è disponibile per il download una beta pubblica, che chiede però di essere utenti registrati sul sito Adobe. Anche Fireworks CS4 gode dello stesso trattamento, fateci un giretto.

Ma fra tutte le novità e mirabilie, come Air, Spry, code hinting per Ajax, tabelle dinamiche, integrazione con Subversion, tutto quello che si può leggere sulla pagina di presentazione, la cosa che mi ha lasciato più stupito è la caratteristica chiamata “CSS Best Pratice“. Inoltre, la consueta “Finestra di ispezione proprietà” è stata modificata, e ora sono presenti due pulsanti: HTML e CSS, che fanno da scorciatoia ai relativi pannelli.

Bella mossa, e anche l’interfaccia è molto migliorata. Ma mi sono commosso davanti agli wizard… non riesco a non copiare/incollare il codice di una pagina creata selezionando uno dei modelli predefiniti.

Lo so che è un po’ lunga, ma non vi viene un po’ di magone pensando che questo è l’output di uno wizard di un editor HTML della famigerata categoria “WYSIWYG“? Mi sembra più bravo lui di tanti webmaster che conosco. Leggete i commenti nel CSS, che ovviamente può essere posto in un file a sé stante ma che ho lasciato nella pagina per comodità. Non avete anche voi l’impressione che finalmente sia passato del tempo? Ora aspetto che si realizzi il mio sogno, ovvero che Dreamweaver e Framemaker si riuniscano nel “mio” programma, DreamMaker.


<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.0 Strict//EN" "http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-strict.dtd">
<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">
<head>
<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" />
<title>Documento senza titolo</title>
<style type="text/css">
<!--
body {
font: 100% Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;
background: #666666;
margin: 0; /* è buona norma impostare a zero i valori margin e padding dell'elemento body per tenere conto delle diverse impostazioni predefinite dei browser*/
padding: 0;
text-align: center; /* centra il contenitore nei browser IE 5*. Il testo viene quindi impostato con l'allineamento predefinito a sinistra nel selettore #container */
color: #000000;
}

/* Suggerimenti per i layout elastici
1. Poiché le dimensioni generali dei layout elastici sono basate sulla dimensione predefinita del carattere dell'utente, il risultato di questi layout è meno prevedibile. Se usati correttamente, risultano più accessibili per gli utenti che hanno bisogno di visualizzare i caratteri con dimensioni maggiori, perché la lunghezza delle righe rimane proporzionale.
2. Le dimensioni dei div di questo layout sono basate sul 100% della dimensione del carattere nell'elemento body. Se si riduce la dimensione generale del testo specificando font-size: 80% nell'elemento body o in #container, ricordarsi che l'intero layout si ridurrà in proporzione. Per compensare eventualmente questo effetto, si può aumentare la larghezza dei vari div.
3. Se le dimensioni dei caratteri vengono modificate in modo diverso per ogni div anziché a livello globale (ovvero, se si assegna a #sidebar1 una dimensione di carattere del 70% e a #mainContent dell'85%), le dimensioni generali di ciascun div verranno modificate in modo proporzionale. È possibile adattare il risultato in base alle dimensioni finali dei caratteri.
*/
.twoColElsLtHdr #container {
width: 46em; /* questa larghezza crea un contenitore che riempie una finestra del browser di 800 px se il testo viene lasciato alle dimensioni di carattere predefinite del browser */
background: #FFFFFF;
margin: 0 auto; /* i margini auto (insieme a una larghezza) centrano la pagina */
border: 1px solid #000000;
text-align: left; /* sostituisce l'impostazione text-align: center nell'elemento body. */
}
.twoColElsLtHdr #header {
background: #DDDDDD;
padding: 0 10px; /* questo padding corrisponde all'allineamento a sinistra degli elementi nei div sottostanti. Se in #header viene utilizzata un'immagine anziché un testo, può essere utile rimuovere il padding. */
}
.twoColElsLtHdr #header h1 {
margin: 0; /* azzerando il valore margin dell'ultimo elemento del div #header si evita la compressione del margine, con la creazione di uno spazio inspiegabile tra i div. Se il div è circondato da un bordo, questo accorgimento non è necessario perché anche il bordo impedisce la compressione del margine */
padding: 10px 0; /* l'uso del valore padding al posto di margin consente di distanziare l'elemento dai bordi del div */
}


/* Suggerimenti per sidebar1:
1. Se si imposta un valore font-size per questo div, la larghezza globale del div viene modificata di conseguenza.
2. Poiché si lavora in ems, è meglio non applicare un padding alla barra laterale, poiché, nei browser conformi agli standard, verrebbe aggiunto alla larghezza producendo una larghezza effettiva non prevedibile.
3. Per creare spazio tra il lato del div e gli elementi al suo interno, è possibile applicare un margine sinistro e destro a tali elementi, come descritto nella regola ".twoColElsLtHdr #sidebar1 p".
*/
.twoColElsLtHdr #sidebar1 {
float: left;
width: 12em; /* poiché questo elemento è mobile, occorre specificare una larghezza */
background: #EBEBEB; /* il colore di sfondo verrà visualizzato per tutta la lunghezza del contenuto all'interno della colonna, ma non oltre */
padding: 15px 0; /* un padding superiore e inferiore creano uno spazio visivo all'interno di questo div */
}
.twoColElsLtHdr #sidebar1 h3, .twoColElsLtHdr #sidebar1 p {
margin-left: 10px; /* è necessario applicare un margine sinistro e destro a ogni elemento che verrà inserito nelle colonne laterali */
margin-right: 10px;
}


/* Suggerimenti per mainContent:
1. Se si assegna a questo div #mainContent un valore font-size diverso dal div #sidebar1, i margini del div #mainContent e la larghezza del div #sidebar1 saranno basati sui rispettivi valori font-size. Può essere utile modificare i valori di questi div.
2. Lo spazio tra mainContent e sidebar1 viene creato con il margine sinistro del div mainContent. Indipendentemente dalla quantità di contenuto presente nel div sidebar1, lo spazio della colonna rimane inalterato. È possibile rimuovere questo margine sinistro se si desidera che il testo del div #mainContent riempia lo spazio di #sidebar1 quando il contenuto di #sidebar1 finisce.
3. Per evitare il problema del 'float drop', può essere necessario eseguire una prova per determinare le dimensioni massime approssimative dell'immagine o elemento, poiché questo layout è basato sulle dimensioni di carattere dell'utente combinate con i valori impostati. Tuttavia, se nel browser dell'utente la dimensione del carattere è impostata su un valore più basso del normale, nel div #mainContent sarà disponibile meno spazio di quello evidenziato nella prova.
4. Nel commento condizionale di Internet Explorer riportato di seguito, la proprietà zoom viene utilizzata per assegnare "hasLayout" a mainContent, al fine di evitare vari bug specifici di IE che potrebbero verificarsi.
*/
.twoColElsLtHdr #mainContent {
margin: 0 1.5em 0 13em; /* il margine destro può essere specificato in ems o pixel. Crea lo spazio lungo il lato destro della pagina. */
}
.twoColElsLtHdr #footer {
padding: 0 10px; /* questo padding corrisponde all'allineamento a sinistra degli elementi nei div sovrastanti. */
background:#DDDDDD;
}
.twoColElsLtHdr #footer p {
margin: 0; /* azzerando il valore margin del primo elemento del footer si evita il rischio di compressione del margine, con la creazione di uno spazio tra i div */
padding: 10px 0; /* il padding di questo elemento crea uno spazio, così come avverrebbe specificando un valore margin, senza il problema della compressione del margine */
}

/* Classi varie riutilizzabili */
.fltrt { /* questa classe può essere utilizzata per rendere mobile un elemento a destra nella pagina. L'elemento reso mobile deve precedere l'elemento al quale deve essere affiancato sulla pagina. */
float: right;
margin-left: 8px;
}
.fltlft { /* questa classe può essere utilizzata per rendere mobile un elemento a sinistra nella pagina.*/
float: left;
margin-right: 8px;
}
.clearfloat { /* questa classe deve essere inserita in un elemento div o break e deve essere l'elemento finale prima della chiusura di un contenitore che deve contenere per intero un elemento mobile */
clear:both;
height:0;
font-size: 1px;
line-height: 0px;
}
-->
</style><!--[if IE]>
<style type="text/css">
/* inserire in questo commento condizionale le correzioni css per tutte le versioni di IE */
.twoColElsLtHdr #sidebar1 { padding-top: 30px; }
.twoColElsLtHdr #mainContent { zoom: 1; padding-top: 15px; }
/* la proprietà zoom proprietaria riportata sopra fornisce a IE l'elemento hasLayout necessario per evitare vari bug */
</style>
<![endif]--></head>


<body class="twoColElsLtHdr">


<div id="container">
<div id="header">
<h1>Intestazione</h1>
<!-- end #header --></div>
<div id="sidebar1">
<h3>Contenuto sidebar1</h3>
<p>Il colore di sfondo di questo div viene visualizzato solo per tutta la lunghezza del contenuto. Se invece si desidera visualizzare una linea di divisione, inserire un bordo sul lato sinistro del div #mainContent se esso conterrà sempre una quantità maggiore di contenuto rispetto al div #sidebar1. </p>
<p>Donec eu mi sed turpis feugiat feugiat. Integer turpis arcu, pellentesque eget, cursus et, fermentum ut, sapien. </p>
<!-- end #sidebar1 --></div>
<div id="mainContent">
<h1> Contenuto principale</h1>
<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetuer adipiscing elit. Praesent aliquam, justo convallis luctus rutrum, erat nulla fermentum diam, at nonummy quam ante ac quam. Maecenas urna purus, fermentum id, molestie in, commodo porttitor, felis. Nam blandit quam ut lacus.</p>
<h2>Titolo di livello H2 </h2>
<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetuer adipiscing elit. Praesent aliquam, justo convallis luctus rutrum, erat nulla fermentum diam, at nonummy quam ante ac quam. Maecenas urna purus, fermentum id, molestie in, commodo porttitor, felis. </p>
<!-- end #mainContent --></div>
<!-- Questo elemento di clearing deve seguire immediatamente il div #mainContent al fine di forzare il div #container a contenere tutti i float di livello inferiore --><br class="clearfloat" />
<div id="footer">
<p>Piè di pagina
</p>
<!-- end #footer --></div>
<!-- end #container --></div>
</body>
</html>

interfaccia di Dreamweaver CS4

headings, terza parte

Scuotendo l'alberoE ultima, che mi sono annoiato da solo. Comunque, riprendendo le fila del discorso, l’elemento problematico è <h1>. Che cosa rappresenta in un sito? Un po’ di ragionamenti qui e su Italian Webdesign e una piccola riflessione piuttosto ovvia mi induce a pensare che le cose siano state date un po’ per scontate, senza rifletterci, riportando in una pagina Web il tipico approccio che si utilizza in un word processor, ammesso che si usino gli stili di paragrafo. Il Titolo 1 è il titolo del documento, e via a scendere.

Di conseguenza, ecco che <h1> diventa il nome del sito, e via così. Vale questo comportamento per un sito? Nì. Sembra più una consuetudine, che il frutto di un’analisi.

Da qualsiasi punto di vista si osservi l’outline (semantica, accessibilità, SEO, usabilità, architettura), a me sembra che la scelta di usare <h1> in modo ripetitivo come nome del sito su tutte le pagine sia poco sensata. Sulla home page ok, <h1> è il nome del sito, stabilisce un contesto corretto.

Ma per tutte le pagine successive <h1> dovrebbe essere il titolo che descrive, introduce l’argomento principale (come da definizione, “a heading element briefly describes the topic of the section it introduces. Heading information may be used by user agents, for example, to construct a table of contents for a document automatically”.

Mai più che il nome del sito descrive l’argomento della sezione che introduce. Quindi, per questo sito per ora ho deciso di fare così: nella home il nome del sito è <h1>, mentre per le singole pagine il tag viene attribuito al titolo del post. Mi sembra più pulito e chiaro.

Anche guardando la pagina con Document Map mi sembra tutto più chiaro e significativo, e ho scoperto (sic, era sotto il naso da anni) un illustre sito che fa la stessa cosa.

Ho aggiunto anche degli <h2> nascosti, che servono a introdurre le sezioni a cui si riferiscono, e fine della saga. Per ora…

Ma come faccio a farlo con WordPress?

Giusta domanda. Ci vogliono due header diversi, uno per la home e uno per le pagine singole. Di solito nei template WordPress il nome del sito è in header.php, poi c’è index.pxp che carica il loop e mostra gli ultimi post, clic sul titolo di un post e questo viene rappresentato in single.php.

Sì, ma come faccio ad avere header diversi in modo da attribuire elementi diversi al nome del sito?

Abbastanza semplice. Basta cercare nella cartella del tema il file che carica il contenuto della home, di solito index.php. Osservando il codice, all’inizio ci sarà certamente una riga simile a questa:

<?php get_header(); ?>

Il nostro obiettivo è fare in modo che single.php (il post) carichi invece di header.php un altro header, in cui il nome del sito non sia marcato <h1>. Nel mio caso ho chiamato questo file header_single.php. È del tutto uguale a header.php, tranne che per il nome del sito ho usato un semplice <p>.

Ok, ma come faccio a caricare questo file? In single.php, ho sostituito la riga precedente con questa:

<?php include(TEMPLATEPATH . '/header_single.php'); ?>

La costante TEMPLATEPATH è una cosa piuttosto interessante, che approfondirò. Ok, magari è una banalità, ma io sono un principiante…

Art. 15 DL 112/08, libri scolastici elettronici un bluff?

Calvin perplessoQualche tempo fa è stato presentato il Decreto Legge citato nel titolo, che al Comma 5, Istruzione e ricerca, contiene alcune disposizioni di quelle destinate a far notizia. Detto articolo è stato ampiamente commentato, per esempio da Simplicissimus e BoxingBooks on the net a cui rimando per eventuali approfondimenti.

Però, presto si sono sollevate voci di emendamenti tesi ad bloccare le novità più salienti dell’articolo 15, come la possibilità di scaricare dal Web i testi scolastici. Possibile, mi son detto? Certo che fa il paio con quanto raccontato ieri su Punto Informatico da Roberto Scano. Come, proprio ora che il decreto attuativo dell’art. 5 della Stanca è andato in Gazzetta Ufficiale, dopo duelli rusticani e colpi di scena clamorosi, ora che l’obiettivo è a portata di mano…

Il decreto legge 112/08 chiede agli editori di cominciare a pubblicare su Internet libri elettronici, questi libri devono essere anche accessibili secondo legge Stanca, e dal decreto sparisce un punto così innovativo, democratico e civile. Perché non gli va bene Internet? Ci sono tanti editori che permettono di comprare libri elettronici su Internet, quale è il problema? Non c’è scritto “scaricabili gratuitamente da Internet”, anzi si specifica “Gli studenti accedono ai testi disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente”, non capisco. Io credo che non sappiano cosa significa “scaricabile da Internet”, ho come questo sospetto. Internet è il demonio e lì son tutti o ladri o stupratori. E che c’entra il fatto che alle famiglie potrebbe costare di più stampare in proprio piuttosto che acquistare il libro? Decideranno le famiglie cosa sia preferibile per loro, intanto iniziate a stabilire il principio e il diritto.

Sarebbe così bello per tante famiglie e persone che hanno difficoltà ad utilizzare i normali canali di distribuzione poter scaricare i libri con un clic. Libri uguali per tutti, per natura propria. Flessibili e accessibili, che si adattano a tutte le periferiche e alle varie modalità di utilizzo dei lettori. Hai bisogno di ingrandire il testo? Ok. Serve cambiare il colore di sfondo e di primo piano? Ecco. Usi uno screen reader? Non c’è problema. Lo stesso libro si adatta a contesti di fruizione diversi. Non è un bel pensiero? Ed è così facile farlo.

Certo, preservando i diritti degli autori e degli editori, ci mancherebbe.

L’unica preoccupazione degli editori sembra essere la possibilità di copia. Certo, la possibilità esiste. Ma si rendono conto che è molto più protetto un file di un libro tradizionale? Che è molto più facile fare delle fotocopie che improvvisarsi hacker? Si configura una specie di mostro: posso accedere al libro ma soltanto se lo leggo su Internet. Così pago anche i costi di collegamento, senza dubbio superiori a quelli di una eventuale stampa casalinga. Massì, diamo qualche soldo anche al cartello della telefonia, oltre a quello degli editori.

Ma chi è che ha fatto questa roba? Parto come Sherlock Holmes sul sito della Camera dei Deputati, e dopo non poca fatica comincio a trovare dei materiali.

Ecco gli emendamenti e i rispettivi firmatari:

ART. 15.
Al comma 1, primo periodo, dopo la parola: grado, aggiungere le seguenti: del sistema nazionale di istruzione.
15. 4. De Pasquale, De Torre, Coscia, De Biasi, Ghizzoni, Bachelet, Nicolais, Mazzarella, Picierno, Levi, Siragusa, Russo, Pes, Ginefra, Sarubbi, Lolli, Rossa, Madia, Melis.

Al comma 1, primo periodo, dopo le parole: disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet, aggiungere le seguenti: a con azione che i testi presentino garanzie sulla provenienza, sull’integrità dei contenuti e sul rispetto dei diritti di autore.
15. 10. Capitanio Santolini, Galletti, Ciccanti.

Al comma 2, primo periodo, sopprimere le parole: scaricabile da internet.
Conseguentemente, al secondo periodo, sopprimere le parole: scaricabili da internet.
15. 9. De Biasi, Ghizzoni, Levi, Picierno, Bachelet, Nicolais, Mazzarella, Siragusa, Coscia, Rossa, Russo, De Pasquale, De Torre, Pes, Ginefra, Lolli, Sarubbi.

Al comma 2, primo e secondo periodo, sostituire le parole: on line scaricabili da Internet con la seguente: informatica.
15. 12. Capitanio Santolini, Galletti, Ciccanti.

Pag. 205
Al comma 2, primo e secondo periodo, dopo le parole: on line aggiungere la parola: anche.
15. 14. Rubinato.

Al comma 2, terzo periodo, dopo le parole: soggetti diversamenti abili aggiungere le seguenti: con difficoltà specifiche di apprendimento.
15. 8. De Torre, Ghizzoni, Coscia, De Pasquale, Pes, De Biasi, Levi, Picierno, Bachelet, Nicolais, Mazzarella, Siragusa, Rossa, Russo, Ginefra, Lolli, Sarubbi.

Proprio “scaricabili da Internet” non gli va giù. Ci sarà qualche attinenza con le parole di saluto pronunciate da parte dell’ospite, il Presidente dell’AIE (Associazione Italiana Editori) nonché Presidente della FEE – FEP (Federazione degli Editori Europei) Federico Motta, a Editech 2008? Se la prende con tutte queste voci che circolano sugli ebook a scuola ed afferma: “Naturalmente noi ci schieriamo per la conservazione in questo campo!“.

Honni soit qui mal y pense, ci deve essere scritto sulla giarrettiera di qualcuno. Ma chi sarà?
Indaga che ti indaga, eccolo qui!

“Tal dei tali” rileva che l’articolo 15, pur perseguendo un obiettivo lodevole, presenta una serie di aspetti negativi, quali innanzitutto il fatto della obbligatorietà dell’applicazione di tecnologie di cui non tutti sono in possesso. In secondo luogo, vi sono riflessi negativi dal punto di vista dell’economia domestica, dato che è più costoso stampare un libro che comprarlo. Sarebbero inoltre in sofferenza anche le imprese del settore, oltre ad essere non tutelate a sufficienza le prerogative a difesa del diritto d’autore. Ricorda quindi che ha presentato un emendamento in Commissione di merito volto a sopprimere le parole «liberamente scaricabile» dal testo dell’articolo indicato.

Qui c’è della perversione: da nessuna parte nel decreto c’era scritto “liberamente scaricabile”. Riporto i paragrafi in cui si parla di Internet: “i competenti organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet. Gli studenti accedono ai testi disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente”.

Oppure, “i libri di testo per le scuole del primo ciclo dell’istruzione, di cui al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e per gli istituti di istruzione secondaria superiore sono prodotti nelle versioni a stampa, on line scaricabile da internet, e mista. A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista. Sono fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti diversamente abili”.

Leggete da qualche parte “liberamente scaricabile”? Non c’era, e negli emendamenti è sparito “scaricabili da internet”. Non è perverso? L’unica cosa da modificare secondo me era sostituire “on line” con “elettronica”, in modo da ottenere “versione elettronica scaricabile da Internet”. Ma Internet è il diavolo… vade retro!

Apro un quiz. Chi sarà il nostro “Tal dei tali”? Riuscite a immaginarlo? Io non ci sarei riuscito. Proprio lui, Ricardo Franco LEVI, ve lo ri ricordate?
E rincara la dose:

Ricardo Franco LEVI (PD) sottolinea che le norme in materia di contributi all’editoria di cui all’articolo 44 riguardano la riduzione dei contributi diretti, che ammontano a circa 60-70 milioni di euro all’anno. Rileva in particolare che le norme in questione fanno riferimento a un limite massimo delle risorse previsto dal bilancio dello Stato che può portare notevoli difficoltà per le imprese assegnatarie di tali contributi. Queste nel corso degli anni hanno sempre ottenuto anticipazioni delle somme date come contributi, proprio sulla base del fatto che tali risorse venivano considerate veri e propri diritti soggettivi. Ritiene quindi opportuno correggere la norma in questione considerando che i contributi all’editoria nel corso degli anni sono stati già ridotti in modo consistente.

Emerenzio BARBIERI (PdL) rileva che esiste un problema fondamentale che è quello di trovare una dialogo con l’opposizione per individuare le strategie da seguire in alcune materie, tra le quali quella relativa ai libri di testo. Ricorda in ogni caso che il ricorso alla questione di fiducia è stata una prassi molto diffusa nei passati governi, primo fra tutti il Governo Prodi. Condivide inoltre le osservazioni del collega Levi in merito ai libri di testo, ricordando altresì che occorre coordinare la disciplina prevista dal provvedimento in esame con le norme in materia di comodato e noleggio dei libri. Rileva inoltre che il comma 4 dell’articolo 15 esclude l’applicazione delle norme contenute nell’articolo 15 ai testi universitari, senza un’apparente ragione; a suo giudizio va invece estesa la norma anche a questo tipo di testi.

Paola GOISIS (LNP) rileva, per quanto riguarda i libri di testo, che occorrerebbe tenere in considerazione che non tutti gli studenti hanno la possibilità di collegarsi ad internet. Rileva peraltro che sarebbe opportuno che le case editrici non cambino in continuazione l’edizione dei libri di testo; occorrerebbe inoltre incentivare maggiormente la lettura da parte dei ragazzi.

Il resoconto completo