Le persone contano

schema di funzionamento del brevetto Philips sistema assistivo per non vedenti parziali o totali che cerca di offrire una soluzione, informando attivamente sugli oggetti o i movimenti nelle vicinanze del soggetto, attraverso segnali trasmessi al corpo

Ogni tanto la serendipity fa delle belle sorprese. Stavo giusto pensando “Sono malato, mi emoziono pensando di guardare sulla Web TV del Senato il voto di fiducia della Finanziaria e che cosa succede dell’art. 15″, non è per niente sano.

Leggo su PI di una nuova tecnologia brevettata da Philips, un paio di occhiali particolarissimi, che non solo identificano gli oggetti in prossimità di chi non vede, ma consentono di distinguere quelli in movimento da quelli statici.

Interessante, ma la vera sorpresa la trovo nei commenti segnalata da tal Presid. Scrocco. Si tratta della storia di Ben Underwood, certamente un “extraordinary people” raccontata in video su YouTube. Non anticipo niente, seppur a fatica.

Comunque sono 5 filmati che vale da pena di vedere, sia per la particolarità di questa persona, sia per fare due riflessioni sull’accessibilità, quella chiamata “tecnica”.

Bisogna sempre ricordarsi che le persone contano, che le risorse e i metodi messi in campo da chi ha un handicap possono essere straordinarie e sconosciute, bisogna essere umili, sempre, non dare per scontato niente. Bisogna ricordarsi che uno stronzo è uno stronzo, che sia handicappato o meno, proprio come accade con il resto del mondo. Se uno è in gamba, è in gamba, proprio come accade con il resto del mondo. L’importante sono le persone, non l’handicap. Con la differenza che se uno ha un handicap ed è in gamba, è un maestro di vita.

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3 pensieri su “Le persone contano

  1. Ho visto i video. Impressionante.
    Pefettamente d’accordo poi sulla stronzaggine handicap independent. Recentemente mi sono cancellato da un bel po’ di liste di discussione proprio per evitarmi gli interventi mitomaniaci di certi personaggi. Non parliamo poi del linguaggio politically correct: “diversamente abile” e stupidaggini simili. C’è ancora gente che spreca il suo tempo, e quello degli altri, sulla superficie delle cose. Il fatto che a volte siano persone disabili a farlo non è una giustificazione per quest’approccio beota alla vita. Rispetto molto di più una mia amica che quando parla di se si definisce “orba”, perché l’auto-ironia è uno dei simboli dell’intelligenza. Un’altra stupidata è l’equazione che ogni tanto passa, in base alla quale un disabile sarebbe de facto un esperto di accessibilità. Niente di più falso. Una cosa però è vera: chi si definisce esperto di accessibilità deve fare esperienze di lavoro e di vita con persone disabili. Altrimenti sarà un fuffarolo come tanti.

  2. Sì, alla fin fine le liste di discussione si sono ridotte a palcoscenici di spettacolini piuttosto di bassa lega, ed è raro riuscire a leggere interventi di qualità. Personalmente, ne ho piene le tasche. Sui miti non parliamone. Che un disabile sia automaticamente un esperto di accessibilità è una fandonia. Così come non è automaticamente accessibile qualsiasi cosa possa essere letta da uno screen reader (allora andavano benissimo i siti solo testo, che abbiamo fatto a fare tutto sto casino? un bel sito parallelo e ciao disabili. La cosa orrenda è che questo viene chiesto come soluzione al grande problema libri accessibili proprio da alcuni disabili, che reclamano come diritto sociale e grande progresso il poter avere un txt dei testi. Bel colpo, complimenti… e dopo che gliel’ho fatto notare alcuni, le prime donne in climaterio che non mancano neppure dall’altra parte della barricata, mi hanno pure insultato e minacciato). Alla faccia dei disabili esperti di accessibilità. Non tanto tempo fa, l’ennesima discussione con un “guru” (che due palle). Questo afferma con la consueta sicumera: è inutile pensare a corsivi e grassetti in termini di accessibilità, Jaws non li interpreta”. Due enormi errori in un colpo solo: uno attribuire a Jaws la palma di giudice dell’accessibilità, due non avere nemmeno mai guardato nelle preferenze di Jaws. Faccio notare che secondo me giustamente Jaws lascia all’utente la scelta di cosa e come interpretare determinate informazioni presenti nel testo. Risposta: ah ma questo l’utente non lo sa. Abbè… a una risposta così insensata non ho nemmeno replicato. Nessuno si prende le sue responsabilità, è sempre colpa dell’utente, che nessuno sa chi sia.

  3. Si è vero. Questa gente continua:

    1) a confondere l’accessibilità di un’applicazione con le scelte di un’azienda. Esempio: siccome l’accessibilità di Flash si appoggia alla MSAA, che è Microsoft, allora un filmato Flash non accessibile su Mac è inaccessibile tout court. Al posto di tirare le orecchie ai fighetti di Apple, che per l’accessibilità del loro OS si son svegliati solo l’altro ieri mentre MSAA risale al 1995, si punisce lo sviluppatore Flash coscienzioso, che ha fatto tutto ciò che la sua piattaforma gli consentiva. Per me è ridicolo.

    2) a fare inferenze indebite sull’utente: “l’utente non capisce”, “l’utente non lo sa”. Un atteggiamento pedagogico insopportabile. Queste persone applicano una forma subdola di discriminazione: quella che associa automaticamente deficit intellettivi a disabilità fisiche. Come quando a un cieco la gente parla più forte e scandendo le parole. E si arrogano il diritto di parlare per “l’utente”. C’è poi chi sbandiera risultati di ricerche con “gli utenti” che nella migliore delle ipotesi dimostrano l’acqua calda. In un ambiente dinamico come il Web, una ricerca tradizionale è solo l’inutile fotografia di un attimo. Con scarso valore, anche per l’enorme difficoltà nel reperimento di un vero campione rappresentativo. Insomma l’utente non è uno stupido. Sarebbe ora che gli “esperti”, spesso cresciuti in ambienti universitari incartapecoriti e obsolescenti, lo capissero.

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