Scommettiamo sugli eBook?

(gli ebook) Non si vendono per romanzi e narrativa ma funzionano per testi di formazione. Con i libri digitali gli autori guadagnano di più. Gli editori risparmiano sui costi. E l’opportunità è anche per chi li vende. Il settore è agli inizi, ma chi primo arriva…

Inizia così un lungo articolo del numero di novembre della rivista Millionaire dedicato agli e-book. Bè, anche io e Noa Carpignano siamo stati intervistati, e ovviamente diciamo le cose più intelligenti. Peccato che non ci sia la mia foto, invece Noa compare a pag. 111.

Certo che una rivista come questa, dedicata al business, che chiude un articolo così importante (l’inchiesta del mese) riservando uno spazio anche all’accessibilità degli e-book, bè fa davvero piacere. Ormai l’hanno capito tutti che l’accessibilità rende, eccetto i Webmaster. A dire la verità, certi Webmaster.

E che dire dopo la notizia dell’accordo siglato fra Google e le associazioni di editori americani? Ne vedremo delle belle, è certo.

Editoria elettronica e accessibilità

caratteristiche di un giapponeseIn precedenza si era già detto della necessità di passare dal paradigma WYSIWYG (What You See Is What You Get) a quello WYSIWYM (What You See Is What You Mean).
Non mi sembra una grande novità affermare che per poter utilizzare, come è desiderabile, gli stessi contenuti per produrre diversi output (carta, d’accordo, ma anche Web, CD, palmari, periferiche assistive, chi più ne ha più ne metta) è necessario separare contenuti e loro struttura dalle informazioni che riguardano esclusivamente la loro presentazione. Sicuramente l’avete già sentita.

Mentre per il Web questo è addirittura scontato (con risultati di varia qualità, dall’esilarante all’ottimo, ma non è questo il punto), per l’editoria non lo è, nonostante quel concetto di separazione di contenuto e presentazione risalga alla preistoria, è uno dei concetti fondamentali spiegati da E.T. a Goldfarb nella grotta e poi trasposti nella tavola delle leggi di SGML. Cinquecento anni fa, come la Spada nella Roccia.

In realtà, tutti i grossi sistemi editoriali professionali si basano da anni su flussi di lavoro in XML. Anche i più diffusi programmi di impaginazione desktop (come Indesign o Xpress) permettono di lavorare in XML, anche Word o il Writer di OpenOffice possono farlo, ma quasi nessuno adotta queste tecniche per vari motivi: la complessità intrinseca delle operazioni (nell’editoria tradizionale che cosa sia una DTD non lo sa nessuno), la continua fretta che porta ad adottare tecniche molto più che deprecate (trattasi dello stile di impaginazione definito “appiccicone”), la mancanza di aggiornamenti del software e di formazione degli operatori, e chi più ne ha più ne metta.

Però, certo questo non vieta alla tecnologia di procedere ed aggiornarsi. E in effetti, ci sono delle ottime novità. Non adottabili forse da subito a larga scala, d’accordo, ma su cui bisogna tenere l’occhio attento.

Una riguarda i formati. Uno dei problemi più grossi che affliggono l’editoria è certamente quello dei formati con cui vengono prodotti i testi. Non soltanto per la questione “formato proprietario”, ma per come vengono gestiti dai programmi di impaginazione al momento dell’importazione.

Se anche il redattore ha preparato un ottimo file .doc con tutte le sue belle caratteristiche di accessibilità (testi alternativi, title dei link, headings per le tabelle, e così via), quando il testo viene importato in Xpress, per dirne una, ciao. Si perde tutto.

Va meglio con Indesign, anche se il processo non è ancora del tutto trasparente.

Poi arriva il momento di preparare il formato di output, PDF o XHTML che sia. Dovrebbe essere accessibile, o almeno si spera. Purtroppo, non è detto. Molte informazioni vanno perse, e bisogna rimettere mano ai file di uscita. È vero che a ogni versione ci sono dei miglioramenti, ma a oggi la necessaria trasparenza e interoperabilità non c’è. Accade automaticamente (quasi…)  soltanto in un caso, da Word a PDF.  Per il resto, c’è da mettere in preventivo una verifica e un ritocco dei file.

Però, ci sono un paio di eccitanti novità che mi sembrano nella direzione giusta.

La prima novità consiste nel formato CDF (Compound Document Formats) del W3C, attualmente in fase di Candidate Reccomendation (dal 2007). Bellissima idea. Un nuovo e versatile formato che raccoglie elementi in XHTML, SVG, SMIL, MathML e XForms per comporre documenti strutturati e accessibili. Il formato è “language-independent”, e costituisce un framework in cui integrare la famiglia dei linguaggi XML del W3C fra loro (CSS, MathML, SMIL, SVG, VoiceXML, XForms, XHTML, XSL) ma anche formati non-W3C.

Bello, ma con cosa lo uso? Tempo fa avevo visto una presentazione di un sistema editoriale clamoroso basata su CDF (il video è disponibile sul sito della Just Systems). Per chi “traffica” con l’editoria, è spaventoso vedere quello che si riesce a fare con CDF e quel sistema. Tanto tempo fa, facevo la “soubrette” a SMAU per una gloriosa azienda che si chiamava Aldus. C’era un programma allora rivoluzionario, tale Pagemaker, e io passavo il mio tempo stupendo gli astanti con effetti speciali. A un certo punto si avvicina un signore anziano, guarda e si mette a ridere. Offeso mi giro, chiedo cosa ho detto di così buffo. Mi risponde: “Sa, io sono un fotocompositore tradizionale. A me non interessa nulla, sono anziano, ma sa quanti ne falliranno dei miei concorrenti con quel sistema?”. Ecco, mi torna in mente quella situazione, era l’inizio del DTP. Succederà una cosa simile, per tanti motivi (in Italia, non ultimo la nuova finanziaria e l’art. 15).

D’accordo, ma quanto mi costa? Ecco la seconda bella novità: si possono usare alcuni editor per niente…

Just Systems, azienda il cui presidente va messo su un altarino ai piedi del quale deporre fiori e bruciare incenso, ha reso disponibile un Personal Client (quello nel video è l’Enterprise, ok, ma le funzioni principali sono le stesse) da scaricare sul sito della sua community gratuitamente.

Per ribadire il concetto, c’è anche un blog editor completo di ogni benndiddio (image editor, RSS reader, YouTube, Content Aggregator, Mashbar, Mashboard, Amazon Web Service, ecc.) Insomma dategli un occhio, c’è da restare di stucco. Pure i microformat. Personalmente, il solo Mix-N-Tag XVCD mi manda fuori di testa.

Inutile aggiungere che tutti i linguaggi del W3C prevedono l’accessibilità, vero? Ecco che immaginare un sistema editoriale completamente trasparente, accessibile, basato su standard aperti non è più fantascienza, anzi è piuttosto facile. Per bontà? No, perché conviene…

Notte Stellata sul Rodano, di Van Gogh

Notte stellata sul Rodano, di Van GoghNotte stellata sul Rodano è un celebre dipinto di Van Gogh. L’Orsa Maggiore è caratterizzata dall’asterismo chiamato Grande Carro. I nomi Dubhe, Merak, Phekda, Megrez, Alioth, Mizar (e la sua compagna Alcor) e Alkaid (spero di non aver dimenticato nessuno) hanno origini arabe, come quelli di moltissime stelle. Dubhe è stato abbreviato da Tolomeo (nella sua lista tradotta letteralmente dall’arabo) da Thahr al Dubb al Akbar, “la schiena della Grande Orsa”. Merak deriva da Al Marakk, “il fianco”, mentre Phelda è “la coscia”. Megrez viene da Al Maghrez, “la radice della coda”. Alioth è un nome derivato da Alyat, la larga coda delle pecore mediorentali. Mizar è “la cintura”, nome impropriamente datole da Sealiger per sostituire quello originale, Mirak.
Alcor è una famosissima stellina del folklore astronomico; gli arabi la chiamavano Suha, “la dimenticata”, perché è solo visibile a chi ha buona vista e c’era un proverbio per chi non andasse troppo per il sottile: “gli ho mostrato Suha e costui mi mostra la Luna”.
È molto bella l’analisi che ne fa Gianluca Masi, di Virtual Telescope, su Coelum Stream. Uno studio fra pittura e astronomia piuttosto affascinante.
Il Bellatrix è un’osservatorio sito a Ceccano (FR). Oltre a essere dotato di attrezzature di alto livello, Bellatrix ha una particolarità: è possibile utilizzarlo via Internet, prenotando a costi davvero ottimi l’attrezzatura e anche un astronomo assistente, se necessario.

L’osservazione potrà essere fatta dal proprio divano, in pantofole. Anche da chi nemmeno volendo in un osservatorio potrebbe andare, perché non può muoversi. Datemi un indirizzo IP e vi mostrerò l’universo.

Che dire, fateci un giro… è entusiasmante. Bisognerà installare sul proprio pc il software di interfaccia, pagare un piccolo prezzo all’osservatorio (il pacchetto d’ingresso in modalità assistita – ovvero, un astronomo professionista vi assisterà – costa 50 euro per 5 ore, 10 euro all’ora!).

Consigliato a tutti, grandi e piccini. Sia il Virtual Telescope sia il suo canale in streaming Web, Coelum Stream.

Capire l'accessibilità

Un articolo sul Corriere di sabato mi fa riflettere su una questione che ritengo importante. Cos’è ‘sta accessibilità, perché mi devo occupare dei disabili quando faccio i miei siti?

Discorsi già fatti, con diverse soluzioni, interpretazioni, prese di posizione. Però, manca sempre qualcosa, il problema non sembra essere tecnico, etico, sociale.

Titolo dell’articolo: “Lasciano il figlio down in auto Denunciati per abbandono“.

Ma che stronzi, credo sia il primo pensiero. Poi uno legge già indignato l’articolo, e si viene a sapere che i genitori farabutti sono due ucraini, lui medico del centro di riabilitazione dell’università di Donetsk e giornalista, lei psicologa.

È allucinante lo svolgersi della vicenda: Arthur, il figlio down della coppia, è da solo in automobile. Spiega il padre: “Ad Arthur non piace girare nei negozi, quindi è rimasto in macchina. Per noi in Ucraina è normale fare così, i ragazzi down li facciamo vivere nel modo più naturale possibile. La sicure delle portiere erano aperte, aveva acqua, cibo e coperte. Se avesse avuto bisogno di una boccata d’aria, sa come abbassare i finestrini. Perché mi avete sfondato il lunotto della macchina?”.

Arthur è in macchina da un po’, a due passi dalla fontana di Trevi mentre i genitori si dedicano allo shopping. Si avvicinano dei passanti, lo guardano dai finestrini con l’aria “salviamo il disabile”.

Chiamano altri passanti, arriva un vigile, circondano la macchina. Arthur si spaventa, si chiude dentro, e ha pure ragione avrei avuto paura anche io.

Bisogna salvare il disabile, si vede che è terrorizzato! Dall’articolo: “Il volto del giovane faceva capolino fra buste e pacchetti, lo sguardo prima preoccupato, poi terrorizzato, mentre attorno alla Mitsubishi, parcheggiata in un posto per disabili in via di Santa Maria in Via, si radunava una folla di curiosi: tutti a guardare il down abbandonato”.

Arrivano i poliziotti, chiamano l’ambulanza, il povero Arthur appare sembre più terrorizzato dentro la macchina, i vetri si appannano… idea geniale: prendiamo a sprangate il lunotto, anzi no, lo hanno sfondato a colpi di chiave inglese. Ripeto, magari è sfuggito: la macchina era aperta, Arthur si è chiuso dentro vedendo quella folla che lo circondava. Allo sfondamento gli si deve essere spezzato il cuore dalla paura. “Mi ha detto papà di non aprire a nessuno”, spiega ai suoi salvatori.

La polizia ha denunciato i genitori sostenendo che in Italia non si può lasciare sole le persone disabili (sarebbe bello sapere dove sia scritto, e che cosa ne pensano i migliaia di disabili che tutti i giorni vengono lasciati completamente da soli ovunque. Però, magari non si vede).

Per ora, hanno dovuto cercare un’officina per riparare il lunotto sfondato.

A me tutto questo ricorda tanto l’atteggiamento di tanti webmaster riguardo l’accessibilità. Nonostante l’evidenza, non riescono a pensare all’accessibilità dei siti per quello che è, per i vantaggi che comporta.

No, bisogna salvare qualcuno, sennò non ne vale la pena. Salvare qualcuno se qualcuno vede, ovviamente, sennò fa niente.

L’accessibilità sembra aver bisogno di palcoscenici per attuarsi e non importa che sia necessario o richiesto, basta che si sappia. C’è qualcosa di perverso. Sul Web poi, è ancora più perverso.

L’accessibilità sul Web ci permette di essere tutti uguali. Io, Arthur, un cieco, un sordo, un uomo. Non c’è un palcoscenico, l’accessibilità è una questione privata.

In viaggio – Una questione privata (C.S.I., 1996)

“Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena
Disposti a decollarsi per un passo inerte più in là
Coprono spazi ottusi gli idoli
Clonano miliziani dai ritmi cadenzati
In sincrono

Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti
Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti viaggia Sua Santità

Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento viaggia l’acqua sorgente
Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti viaggia Sua Santità
Viaggiano ansie nuove e sempre nuove crudeltà
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…
Cadono di vertigine…

Libri digitali scolastici: e i diritti d'autore?

Di riffa o di raffa (ma che significa?), il libro di testo digitale entrerà a far parte degli strumenti didattici, come prescrive l’art. 15 del decreto legge n.112 del 25 giugno 2008.

Le discussioni fra detrattori e entusiasti del libro elettronico si sprecano, non sono sempre sensate e in alcuni casi è evidente che soprattutto fra i detrattori non si conosce questo strumento, che ancora oggi viene immaginato come la versione elettronica di un documento a stampa, una specie di raccolta di fotocopie digitali da stampare comunque e obbligatoriamente su carta.

Basterebbe provare ad utilizzare davvero un libro elettronico, soprattutto in ambito scolastico o di studio, per capire al volo che la flessibilità di una versione elettronica è immensamente superiore a quella di un qualsiasi libro “di carta”. Per esempio, le funzioni di ricerca permettono di eseguire richerche su uno o più “libri” (è giusto chiamarli così?) per lemmi, corrispondenze esatte o qualsiasi, parole intere, radici, segnalibri, commenti… qualsiasi sommario o indice analitico viene stracciato.

È possibile inserire annotazioni, segnalibri, allegati, collegamenti… altro che orecchie sulle pagine o distruttive evidenziazioni sulla carta.

Poi, se mi serve, posso stampare le parti necessarie. Soltanto quelle.

Ma mi sembra inutile elencare tutte queste caratteristiche, sono talmente evidenti se soltanto si prova una volta ad usare un e-book che non ne vale la pena.

Invece, è vero l’argomento protezione dei diritti d’autore, nel senso che esiste. Però, nel caso dell’editoria scolastica, non è un granché rilevante, come ben spiega Noa nel suo post “Il falso problema della pirateria“.

Quindi, dov’è il mostro? Che cosa fa paura tanto da aver indotto in sede di discussione diversi deputati ed onorevoli (della sinistra…) a scagliarsi contro l’art. 15 del decreto citato inizialmente?

Intanto, che farà il Ministero per la Pubblica Istruzione? Perché d’accordo la finanziaria chiede agli editori di produrre questi libri elettronici, ma come devono essere fatti? Al punto 3 dell’art. 15 del decreto citato, si dice che “Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sono determinati:

a) le caratteristiche tecniche dei libri di testo nella versione a stampa, anche al fine di assicurarne il contenimento del peso;

b) le caratteristiche tecnologiche dei libri di testo nelle versioni on line e mista;”

Sono andato sulla home del sito del MIUR (sarebbe della Pubblica Istruzione, ma la pagina si chiama home | MIUR), ma non sono riuscito a trovare un Cerca, perché mi piacerebbe sapere se c’è qualche novità al riguardo, quali sono le “caratteristiche tecnologiche dei libri di testo nelle versioni on line”. Voi trovate un Cerca nella home? Vorrei cercare informazioni sui libri scolastici elettronici…

Accessibilità delle tabelle nei PDF

Una recente domanda sulla lista Webaccessibile mi offre lo spunto per una piccola spiegazione su un oggetto piuttosto sconosciuto anche se molto usato, le tabelle. Sconosciuto nel senso che le tabelle vengono utilizzate con gli scopi più vari, anche molto diversi dal loro originale scopo, intabellare dati, e non si pensa mai alla loro accessibilità.

La domanda era questa:

Sono alle prese con un'ottimizzazione di tabelle create in Word,
ma trasformando in PDF le tabelle sono incomprensibili.
La particolarità delle tabelle è che sono tabelle/matrici
diciamo "visive" nel senso che le celle sono colorate in modo
diverso ad esempio:

Legenda
-----------------                             ----------------
|   rosso     |    Presente           | verde       |        Assente
-----------------                             ----------------

------------------------------------------------------------------
|    Prodotto   |   nitriti  |   sodio    |  caffeina  |  potassio |
------------------------------------------------------------------
|    Caffè      |   verde    |   verde    |  rosso     |   verde   |
--------------------------------------------------------------------
|    Sale       |   verde    |   rosso    |  verde     |   rosso   |
--------------------------------------------------------------------
|    Zucchero   |   rosso    |   verde    |  verde     |   verde   |
------------------------------------------------------------------

Eseguendo la lettura integrata da Acrobat, la tabella viene letta
riga per riga senza leggere ovviamente il colore della cella,
una cosa tipo:
Prodotto, nitriti, sodio, caffeina, potassio, caffè, sale, zucchero.

Come si può rappresentare al meglio questo tipo di
tabella/matrice in modo che la lettura sia simile a:
Prodotto: caffè, nitriti assente (o verde), sodio assente,
caffeina presente, potassio assente Prodotto: sale,
nitriti assente ecc.?

Riguardo l’accessibilità, c’è un evidente errore di progettazione poiché lo stato Sì/No viene indicato esclusivamente con i colori (rosso: presente, verde: assente). E come farà chi i colori non li vede o li vede alterati? E cosa potrà mai leggere uno screen reader? Il colore di una cella?

Inoltre, un altro errore è pensare di utilizzare per i test di una tabella la funzione Leggi a voce alta di Acrobat. La funzione non sostituisce le complesse opzioni di uno screen reader, e non è possibile leggere la tabella ricorrendo ai tasti  di navigazione come si fa, per esempio con Jaws.

In ogni caso, sarà necessario introdurre nella tabella le necessarie informazioni testuali, ora mancanti, preservando i colori di sfondo. Ammettendo che no significhi assente (verde) e sì presente (rosso), la tabella avrebbe una struttura simile a questa:

--------------------------------------------------------------------------
|    Prodotto     |   nitriti  |   sodio    |  caffeina  |  potassio     |
--------------------------------------------------------------------------
|    Caffè        |      no    |      no    |     sì     |      no       |
--------------------------------------------------------------------------
|    Sale         |      no    |      sì    |     no     |      sì       |
--------------------------------------------------------------------------
|    Zucchero     |      sì    |      no    |     no     |      no       |
--------------------------------------------------------------------------

Ovvero:
tabella di esempio

Senza pretesa di stile. Meglio partire col piede giusto, quindi in Word selezionare la tabella e impostare la larghezza delle colonne in % invece che in pixel: selezionare la tabella, Tabella > Proprietà tabella > scheda Colonna e impostare le dimensioni in percentuale (clic sull’elenco a discesa Unità di misura) in modo che la tabella se sottoposta a ingrandimento in Acrobat con la funzione Ridisponi attiva si ingrandisca senza produrre la comparsa della barra di scorrimento orizzontale.

Word non permette di definire colonne come intestazioni di righe, ma di determinare quali siano le intestazioni delle colonne sì: selezionare la prima riga e nella scheda Riga della finestra di dialogo Proprietà tabella clic sulla casella di controllo Ripeti come riga di intestazione in ogni pagina. Quando verrà creato il PDF, quella riga della tabella possiederà una sezione THead che contiene gli elementi TH.

La tabella è pronta, clic su Adobe PDF > Converti in Adobe PDF per creare il file.

Il risultato sarà questo:

Il pannello Tag mostra la struttura della tabella

Però, anche se la sezione THead è presente, Leggi a voce alta leggerà la tabella partendo dalla cella in alto a sinistra e procedendo verso destra passerà alle righe successive fino ad arrivare alla cella in basso a destra.

Ben diverso risultato si ottiene con Jaws. Basta usare i tasti Ctrl+Alt+Frecce per sentirsi leggere intestazioni e contenuto delle celle, compresa la posizione del cursore o Ctrl+Alt+Numpad5 per le informazioni relative alla cella corrente (riferirsi alla guida di Jaws per tutti i tasti disponibili).

Possiamo migliorare l’accessibilità della tabella? Certo, magari aggiungendo Titolo e Testo alternativo al tag Table in Acrobat. Clic destro sul tag Table, selezionare Proprietà nel menu contestuale e aggiungere le informazioni relative a Titolo e Testo alternativo.

Aggiunta di title e testo alternativo alla tabella

Finito? No, volendo si può rifinire la tabella definendo le intestazioni di riga della colonna 1.

Aprire il pannello Ritocco ordine di lettura (Pannello Ordine > Opzioni > Mostra pannello ordine di lettura). Clic destro sulla tabella, selezionare Inspector tabella.

Clic sulla cella Caffè, per esempio, e definire Funzione (Cella di intestazione) e Portata (nel nostro caso, Riga). Ora per la colonna 1 la lettura sarà: Prodotto-Caffè, e così via.

definire funzione e portata di una cella
Le modifiche effettuate saranno visibili nel pannello Tag.

Web 3.0, o World Wide Wait?

Mentre in molti ancora ci si interroga su cosa sia il Web 2.0, l’Unione Europea per bocca di Viviane Reding, Commissario Europeo per la Società dell’Informazione e i Media, lancia una consultazione sul Web 3.0, o “Internet of Things“.

Praticamente, “Gli utenti del futuro saranno sempre connessi, impegnati in nuovi servizi, applicazioni ed attività, basate su aggregatori sociali o a carattere professionale. Ma per garantire supporto e affidabilità a reti veloci e sempre attive, è necessario rivoluzionare il Web: nascerà così il Web 3.0“.

Cioè, sempre Web 1.0 che pian piano si realizza… ma che bisogno c’è di inventarsi etichette per ogni, mi si passi il termine, stronzata? Di che rivoluzione si tratterebbe? A me francamente sfugge.

Finché qualche “markettaro” si inventa cose buffe come il Web 2.0 passi, ma addirittura la U.E. no, dai.

E via così, di sproloquio in sproloquio. Era il 1997, e Tim Berners-Lee diceva:

The world is a world of human beings, as it was before, but the power of our actions is again increased. The Web already increases the power of our writings, making them accessible to huge numbers of people and allowing us to draw on any part of the global information base by a simple hypertext link. Now we image the world of people with active machines forming part of the infrastructure. We only have to express a request for bids, or make a bid, and machines will turn a small profit matching the two. Search engines, from looking for pages containing interesting words, will start indexes of assertions that might be useful for answering questions or finding justifications. (Realising the Full Potential of the Web, 1997)

Cioè, undici anni dopo stiamo ancora aspettando che si realizzi il Web .0, altro che Web 3.0, 5 o quel che sarà.

Vale certamente la pena di rileggere un vecchio articolo di Zeldman, ora da rivedere per il necessario aggiornamento di versione, sul cosidetto Web 2.0 (disponibile anche in italiano grazie a Luca Rosati).

All’inizio tollerai il dolore modificando mentalmente la famosa scena di Io e Annie.

LUI: “Tengo un seminario sui venture capitalist, quindi credo che le mie osservazioni sull’XML abbiano un grande valore”.
IO: “Oh, davvero? Perché caso vuole che abbia il signor Bray proprio qui”.
Dopo mi sono mangiato le mani. A un certo punto, in una specie di stato febbrile, potrei aver emesso un rantolo. Grazie a Dio, alla fine le luci si sono abbassate e i veri speaker sono riusciti a salvare la serata.

Ma l’asino, di cui avevo sopportato il ragliare, mi aveva lasciato la bocca amara.