Editoria elettronica e accessibilità

caratteristiche di un giapponeseIn precedenza si era già detto della necessità di passare dal paradigma WYSIWYG (What You See Is What You Get) a quello WYSIWYM (What You See Is What You Mean).
Non mi sembra una grande novità affermare che per poter utilizzare, come è desiderabile, gli stessi contenuti per produrre diversi output (carta, d’accordo, ma anche Web, CD, palmari, periferiche assistive, chi più ne ha più ne metta) è necessario separare contenuti e loro struttura dalle informazioni che riguardano esclusivamente la loro presentazione. Sicuramente l’avete già sentita.

Mentre per il Web questo è addirittura scontato (con risultati di varia qualità, dall’esilarante all’ottimo, ma non è questo il punto), per l’editoria non lo è, nonostante quel concetto di separazione di contenuto e presentazione risalga alla preistoria, è uno dei concetti fondamentali spiegati da E.T. a Goldfarb nella grotta e poi trasposti nella tavola delle leggi di SGML. Cinquecento anni fa, come la Spada nella Roccia.

In realtà, tutti i grossi sistemi editoriali professionali si basano da anni su flussi di lavoro in XML. Anche i più diffusi programmi di impaginazione desktop (come Indesign o Xpress) permettono di lavorare in XML, anche Word o il Writer di OpenOffice possono farlo, ma quasi nessuno adotta queste tecniche per vari motivi: la complessità intrinseca delle operazioni (nell’editoria tradizionale che cosa sia una DTD non lo sa nessuno), la continua fretta che porta ad adottare tecniche molto più che deprecate (trattasi dello stile di impaginazione definito “appiccicone”), la mancanza di aggiornamenti del software e di formazione degli operatori, e chi più ne ha più ne metta.

Però, certo questo non vieta alla tecnologia di procedere ed aggiornarsi. E in effetti, ci sono delle ottime novità. Non adottabili forse da subito a larga scala, d’accordo, ma su cui bisogna tenere l’occhio attento.

Una riguarda i formati. Uno dei problemi più grossi che affliggono l’editoria è certamente quello dei formati con cui vengono prodotti i testi. Non soltanto per la questione “formato proprietario”, ma per come vengono gestiti dai programmi di impaginazione al momento dell’importazione.

Se anche il redattore ha preparato un ottimo file .doc con tutte le sue belle caratteristiche di accessibilità (testi alternativi, title dei link, headings per le tabelle, e così via), quando il testo viene importato in Xpress, per dirne una, ciao. Si perde tutto.

Va meglio con Indesign, anche se il processo non è ancora del tutto trasparente.

Poi arriva il momento di preparare il formato di output, PDF o XHTML che sia. Dovrebbe essere accessibile, o almeno si spera. Purtroppo, non è detto. Molte informazioni vanno perse, e bisogna rimettere mano ai file di uscita. È vero che a ogni versione ci sono dei miglioramenti, ma a oggi la necessaria trasparenza e interoperabilità non c’è. Accade automaticamente (quasi…)  soltanto in un caso, da Word a PDF.  Per il resto, c’è da mettere in preventivo una verifica e un ritocco dei file.

Però, ci sono un paio di eccitanti novità che mi sembrano nella direzione giusta.

La prima novità consiste nel formato CDF (Compound Document Formats) del W3C, attualmente in fase di Candidate Reccomendation (dal 2007). Bellissima idea. Un nuovo e versatile formato che raccoglie elementi in XHTML, SVG, SMIL, MathML e XForms per comporre documenti strutturati e accessibili. Il formato è “language-independent”, e costituisce un framework in cui integrare la famiglia dei linguaggi XML del W3C fra loro (CSS, MathML, SMIL, SVG, VoiceXML, XForms, XHTML, XSL) ma anche formati non-W3C.

Bello, ma con cosa lo uso? Tempo fa avevo visto una presentazione di un sistema editoriale clamoroso basata su CDF (il video è disponibile sul sito della Just Systems). Per chi “traffica” con l’editoria, è spaventoso vedere quello che si riesce a fare con CDF e quel sistema. Tanto tempo fa, facevo la “soubrette” a SMAU per una gloriosa azienda che si chiamava Aldus. C’era un programma allora rivoluzionario, tale Pagemaker, e io passavo il mio tempo stupendo gli astanti con effetti speciali. A un certo punto si avvicina un signore anziano, guarda e si mette a ridere. Offeso mi giro, chiedo cosa ho detto di così buffo. Mi risponde: “Sa, io sono un fotocompositore tradizionale. A me non interessa nulla, sono anziano, ma sa quanti ne falliranno dei miei concorrenti con quel sistema?”. Ecco, mi torna in mente quella situazione, era l’inizio del DTP. Succederà una cosa simile, per tanti motivi (in Italia, non ultimo la nuova finanziaria e l’art. 15).

D’accordo, ma quanto mi costa? Ecco la seconda bella novità: si possono usare alcuni editor per niente…

Just Systems, azienda il cui presidente va messo su un altarino ai piedi del quale deporre fiori e bruciare incenso, ha reso disponibile un Personal Client (quello nel video è l’Enterprise, ok, ma le funzioni principali sono le stesse) da scaricare sul sito della sua community gratuitamente.

Per ribadire il concetto, c’è anche un blog editor completo di ogni benndiddio (image editor, RSS reader, YouTube, Content Aggregator, Mashbar, Mashboard, Amazon Web Service, ecc.) Insomma dategli un occhio, c’è da restare di stucco. Pure i microformat. Personalmente, il solo Mix-N-Tag XVCD mi manda fuori di testa.

Inutile aggiungere che tutti i linguaggi del W3C prevedono l’accessibilità, vero? Ecco che immaginare un sistema editoriale completamente trasparente, accessibile, basato su standard aperti non è più fantascienza, anzi è piuttosto facile. Per bontà? No, perché conviene…

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2 pensieri su “Editoria elettronica e accessibilità

  1. oddio.
    adesso dovrò pure cercare di capirci qualcosa…
    nonostante tutto a volte vorrei essere (e altre mi sento) come quel vecchietto: mi piacerebbe potermi rilassare su quello che già so.
    però è divertente eh.
    😀
    livio, sei un pozzo di informazioni.

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