Web design, formazione, skill, profili professionali Web…

cow boy del webArgomento sempre caldo quello della formazione per le professioni del Web. Perchè, più o meno sappiamo tutti cosa si dovrebbe sapere e su quali argomenti ci si vorrebbe formare. Però, primo problema: come si chiama chi fa cosa? Le professioni Web non hanno una classificazione. Mentre è piuttosto chiaro capire cosa facciano un idraulico, un panettiere, una parrucchiera o un farmacista non è altrettanto chiaro chi e cosa sia un professionista del Web, quali siano le sue attività e le sue, di conseguenza, responsabilità. Cos’è un “Web developer”? E un “Web Designer”? Boh. Basterebbe leggere i risultati del “Education Task Force Curriculum Survey Results” per capire che c’è un po’ di confusione e che il problema va risolto.

Succede che c’è uno che si arrangia a fare un po’ tutto, copiando/incollando di qui e di là per ottenere i risultati che si è proposto. Oppure, ci sono persone specializzatissime che sanno tutto di database, MySql, PHP, Phyton o Ruby ma che non sanno nulla di HTML. O grafici bravissimi che pensano di usare sul Web le stesse tecniche che utilizzano per la carta. Insomma, è difficile capire con chiarezza quali siano i compiti da svolgere e chi sia qualificato ad eseguirli, chi e cosa sia necessario per progettare e realizzare un buon sito Web. Però, tutti fanno siti Web.

Vero, il Web è abbastanza giovane ma credo sia abbastanza difficile poter pensare di procedere ancora così, un po’ a occhio e croce, a buon senso o fidandosi di sedicenti “webmaster” che affermano di sapere tutto.

Quindi, da più parti si assiste a una serie di proposte che tendono a definire le professioni Web. Certo che vedere il dettaglio e l’analisi proposti, per esempio, nel “IWA Italy Web Skills Profiles Primer – Draft” e l’approssimazione delle risposte istituzionali, per esempio quella proposta da CNIPA nel suo manuale “Organizzazione della funzione ICT e Dizionario dei profili professionali” (prelevato pari pari dal profilo EUCIP)  fa spavento.
Praticamente l’Esperto di Applicazioni Web e Multimediali proposto è un tizio che ha un livello di conoscenza approfondito su:

  • Marketing su Web
  • Sviluppo e uso di siti Web
  • Progettazione e sviluppo di applicazioni Web
  • World Wide Web] [1. Non è un errore di digitazione, ho fatto copia/incolla dall’originale, non lo so cosa vuole dire e a cosa serve la quadra…]
  • Composizione e ritocco di immagini
  • Composizione e ritocco multimediale

Qualcos’altro? Come dice lo Scano, “disegna una figura professionale che è praticamente inesistente, definendo un esperto in tutto ciò che riguarda il Web, creando una figura con competenze che vanno dal Web Marketing alla conoscenza di normative in materia di accessibilità, dalla progettazione dell’architettura dell’informazione, all’esperienza nell’utilizzo di programmi di grafica e fotoritocco, con padronanza di diversi linguaggi di programmazione, mescolando le applicazioni Web con le applicazioni multimediali”.

Dopo aver letto il documento CNIPA/EUCIP, io direi che è una cagata, mi si consenta.

Da altre parti si rilancia il discorso sulla formazione, sono da leggere i due articoli di Alistapart “Brighter Horizons for Web Education” e “Elevate Web Design at the University Level“.

Perché, oltre alla più chiara comprensione delle attività del Web che potrebbe venire dalla definizione degli skill, profilo fa coppia con formazione. Formazione con business, e business con… qui mi fermo, mi verrebbe da dire lobby, ma anche parole più pesanti.

Ce la farà il Web a uscire da questo Far West?

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3 pensieri su “Web design, formazione, skill, profili professionali Web…

  1. Ciao Livio, per rispondere alla tua domanda finale, sarò un pessimista ombroso genovese, ma IMHO in Italia è impossibile che si esca dal Far West. Non abbiamo la cultura per uscirne. Non siamo in grado, come popolo nel suo insieme intendo, di acquistare una visione europea o mondiale della vita, del lavoro, della persona. Siamo gente provinciale e un po’ cialtrona, dall’uomo della strada al presidente (forse più si sale e peggio è). Lo dico dopo anni passati a confrontarmi con una costellazione di sopra e sotto-categorie di italiani. Dopo tutti questi anni sto seriamente pensando di darmi ai bisogni primari: aprire un’enoteca è un’opzione o un panificio forse. Vedremo.

  2. Ho avuto modo, tempo fa, di vedere i programmi per “tecnico e-commerce” dei corsi finanziati dalle regioni (corsi dell’enaip, nello specifico), ti assicuro che erano deliranti, e non è stato possibile intervenire.
    Un’insalata di competenze indigeribile, una serie di miniskill differenziatissimi che non potevano delineare una sola figura professionale reale. Gli enti che propongono questi corsi devono tarare i programmi su quello che è finanziabile, non su quello che serve. Sono poi i docenti che, nell’ambito delle ore che hanno, possono cercare di rimediare in parte al delirio. Ma solo se hanno le competenze per farlo, lo spirito di iniziativa, se godono di un po’ di credito e autonomia all’interno della struttura, e se ne hanno voglia 😀

  3. io la penso come Bertoni.. in Italia il massimo che possiamo fare è affidarci al “generatore di qualifiche stronze”. Ne ho parlato qui… http://www.web-magazine.it/2008/10/qualifiche-assurde-del-mondo-web/
    ma ormai ne parlano tutti.. e come ho ribadito un milione di volte ciò giova soprttutto ai ragazzotti smanettoni che si improvvisano web designer, programmatori magari perchè sanno usare wordpress! e copywriter giusto perchè in Italiano prendevano 8 … gh….

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