Moduli PDF accessibili e WCAG 2.0

Paciello Group ha reso disponibile  in streaming la registrazione video del webinar TPG/Adobe sull’argomento moduli PDF accessibili a norma WCAG 2.0. Si tratta di materiale piuttosto interessante, e come bonus viene mostrata anche un’applicazione Flex che prende i dati da un complesso modulo PDF e li mostra in un browser. Se vi interessa l’argomento modulistica in PDF, da non perdere.

Con l’occasione sono stati aggiornati anche i materiali dei precedenti webinar, aggiungendo per quanto riguarda Flash e WCAG2.0:

E per PDF e WCAG 2.0:

Editoria per ipovedenti e non vedenti non equivale a editoria accessibile

""Che cosa sarà mai l’editoria per ipovedenti e non vedenti? Il dubbio viene perché negli ultimi anni l’accessibilità dei documenti elettronici ha fatto passi da gigante, le tecnologie altrettanto e mai come oggi gli strumenti utilizzati da chi ha problemi di vista o di altro genere sono allineati agli standard e ben funzionanti.
Eppure, le associazioni di categoria di ipovedenti e non vedenti non se ne accorgono, e continuano a propagandare Braille e carattere ingrandito come unica soluzione, anzi la soluzione (se avete un po’ di tempo ascoltate le interviste ai principali attori del convegno “Il valore culturale del libro. Verso un formato accessibile e fruibile per i non vedenti. Problemi, esperienze e prospettive (Monza, 29 ottobre 2008)”).

Oggi uno screen reader, per esempio, può leggere al suo utilizzatore documenti anche complessi (sempre che siano stati realizzati nel modo definito “accessibile”) in praticamente tutti i formati più diffusi. I tasti funzione utilizzabili per ottenere una “vista” del documento che non sia una semplice lettura di caratteri ma una vera e propria descrizione semantica del contenuto (i titoli, le tabelle, i link, gli elenchi puntati e numerati, e così via) sono gli stessi sia per HTML, sia per PDF o per documenti Word.

A chi si occupa di accessibilità viene spontaneo pensare che i vari bandi e finanziamenti per ipovedenti e non vedenti riguardino questa editoria, ovvero l’editoria elettronica accessibile.

Questa lettura viene rafforzata (ingenuamente) dalla lettura di articoli pomposi e roboanti come quelli che hanno accompagnato il Decreto del 18 dicembre 2007, detto Rutelli.

Impressionante. Da Punto Informatico: “L’Italia sdogana per prima i libri accessibili” “La bomba è esplosa”. Madò. Che è successo?

“Quanto tempo ci vorrà prima che tutto questo si concretizzi nelle prime uscite in digitale? “Pochi mesi – dice Pietrosanti a Punto Informatico -“. Sì, già, pochi mesi. Siamo a maggio 2009 e non è successo niente. Ma questo sarebbe il meno. Si prosegue blaterando di XML, “”Con questo decreto – spiega Pietrosanti – ci possiamo assicurare che a 48 o 72 ore dall’uscita di un titolo anche noi lo si possa avere in formato digitale”. In quale formato? Si parla di XML o comunque di testo: deve essere un formato che possa essere facilmente letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi, condicio sine qua non per l’accesso ai finanziamenti del bando”.

E qui casca l’asino. Avete letto bene? “deve essere un formato che possa essere facilmente letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi”.

Ci risiamo: l’accessibilità dello screen reader. Qui non si parla di libri elettronici accessibili, ma soltanto di qualcosa che possa essere letto da ciechi e ipovedenti. Ovvero, ci risiamo con il txt e l’accenno a XML è persino controproducente: quale XML? Se la grammatica adottata non prevede l’accessibilità, che sia in XML, SGML o in Klingon poco cambia.

Tante volte mi sono chiesto come mai non ci sia dialogo fra comunità di sviluppatori e gruppi di discussione di ipovedenti e ciechi. In entrambi gli schieramenti ci sono persone capaci e in gamba, eppure non si riesce mai a parlare senza avviarsi in discussioni interminabili.

Ora ho capito: la parola accessibilità non ha lo stesso significato per i contendenti. Ognuno ne possiede un’interpretazione diversa. Per uno schieramento, l’accessibilità corrisponde a una possibilità di accesso ai contenuti universale, indipendente dalla particolare disabilità, un’editoria che possa essere utilizzata da chiunque e con qualsiasi tecnologia assistiva. Accessibile, appunto.

Per l’altro, “lo sdoganamento dei libri accessibili” (sic) corrisponde esattamente a qualcosa che possa essere letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi.

Questa è l’editoria per ipovedenti e non vedenti: libri braille, a carattere ingrandito e un qualsiasi formato elettronico leggibile da uno screen reader. Il txt, per esempio, se va bene un doc o un rtf. Basta che sia leggibile dallo screen reader, strutturato o meno è uguale.

Il formato per antonomasia meno accessibile in assoluto è quello che viene regolarmente finanziato con milioni di euro a botta.

Questo tipo di editoria non è nemmeno lontanamente definibile “accessibile”. Ma proprio nemmeno un po’.

Ogni tanto mi chiedo: ma se tutti i milioni di euro spesi negli ultimi anni “a favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti” li avessero dati direttamente agli editori per fare editoria elettronica accessibile, a che punto saremmo? Quante migliaia di libri elettronici accessibili ci sarebbero già in giro?

Quando sparirà la classificazione “editoria per ipovedenti e non vedenti” e riusciremo a vedere qualcosa del tipo “interventi a favore dell’editoria elettronica accessibile”?

Ma finché l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti dichiarerà che “a spalancare ai ciechi le vie della cultura” è il Braille, difficile che si faccia qualche passo avanti. E non dieci anni fa, oggi.

Leggendo l’articolo citato nel link precedente, risulta evidente la scollatura fra sviluppatori e rappresentanti dei non vedenti di cui parlavo prima: conosco personalmente gli sviluppatori che hanno lavorato all’accessibilità del sito del Senato Italiano, e quanto impegno hanno messo nel rendere il sito accessibile (il sito non è conforme alla 4/2004, ma il lavoro fatto fino ad oggi è gigantesco, dato lo stato precedente e l’enorme quantità di pagine presenti).

Di conseguenza hanno reputato di fare cosa gradita presentando il proprio lavoro ai rappresentanti delle associazioni di disabili presenti all’avvenimento. In risposta, Tommaso Daniele, presidente nazionale dell’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, parla di “occasione sprecata“, non si è parlato del Braille.

Ma voi sapete quanti sono i ciechi che conoscono e usano il Braille? Pochi, anzi pochissimi, e costantemente in calo, con risultati su cui si dovrebbe riflettere. Però noi abbiamo l’Autorità Italiana del Braille e la Giornata nazionale del Braille, per legge.

Son sempre gli stessi… UIC, Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” e così via, gli stessi che si spartiscono i fondi dell’editoria per ipovedenti e non vedenti in base a un accordo con AIE.

Qui mi fermo sennò mi denunciano. Ma qualche sospetto viene…

Concludo chiarendo un possibile dubbio: questa non è una crociata contro il Braille, strumento utilissimo in alcuni contesti (per esempio, basta pensare alle pulsantiere degli ascensori, ai semafori, biglietterie, etichette, visite guidate e quanto vi viene in mente). In alcune situazioni indispensabile, per esempio pensiamo ai sordo-ciechi.

Certamente e senza dubbio però il Braille non è in grado di spalancare alcuna porta alla cultura dei ciechi date le sue intrinseche limitazioni. Non può essere definito “formato accessibile” e per fortuna dal 1829 (invenzione del Braille) a oggi qualcosa è cambiato. Speriamo che se ne accorgano anche loro.


ePUB, una possibile soluzione per i problemi di editoria e accessibilità?

ePUB? Ci mancava anche questa. Però, abbiamo tanto lavorato per produrre il nostro libro digitale accessibile, è pronto. D’accordo, ma ora come lo distribuiamo? In PDF? In HTML? E funzionerà tutto a dovere? E se volessi fare qualche modifica, cosa uso per il PDF? E così via. Insomma, una soluzione davvero universale e semplice ancora non esiste. Una via potrebbe essere quella indicata da xfy e CDF (Compound Document Format), basata su un editor XML e linguaggi standard W3C. Il risultato potrà essere sicuramente standard e accessibile, ma questa soluzione obbliga però a produrre documenti linearizzati. Io sono più che d’accordo, ma come spiegare agli editori che quei layout a quattro colonne intersecati da figurine, sfondi, retini e ogni orpello li dovrebbero abbandonare?

Il mondo ne sarebbe felice, ma gli editori pagano fior di soldi a baldi impaginatori per ottenere quei design. Detto fra noi, pagano cifre esorbitanti, lo sapete che una pagina (una) di un libro didattico di un certo livello viene pagata anche 250 euro a pagina per la sola impaginazione?

Serve a qualcosa da un punto di vista didattico? Probabilmente no, anzi, però è bello…

Non si può nemmeno negare però che in qualche caso per riuscire a disporre il contenuto in gabbie anche complesse qualche volta sia necessario per migliorarne la comprensione. Abbiamo quindi di fronte diverse scelte da fare: per preservare il layout, lo strumento migliore è il PDF, non ci piove, è stato inventato proprio per fare quel lavoro. Però, è necessaria una discreta perizia per riuscire a gestire l’intero workflow che conduce alla creazione del PDF, e servono software piuttosto complessi.

Xfy e CDF sono gratuiti, ma certo è necessaria una buona conoscenza di XHTML, SVG, MathML e così via. Insomma, diciamolo, la via dell’editore elettronico è complessa, editore elettronico accessibile molto complessa.

Una possibile soluzione ora viene da un formato piuttosto maturo: ePUB.Perché?

Questo formato nasce con in mente alcune priorità ben precise: flessibilità, accessibilità, standard. Mica male. È abbastanza collaudato? Sì, ePUB è l’ultima incarnazione di un lungo lavoro svolto da IDPF (International Digital Publishing Forum). È supportato dai programmi di impaginazione? Sì, come spiega questa presentazione Powerpoint. C’è un validatore? Sì, epubcheck.

Insomma, quanto basta per cominciare a prenderlo in considerazione sul serio. È difficile? No, per esempio in Indesign CS4 basta selezionare File > Esporta per Digital Editions (attenzione…). Nelle opzioni di esportazione per il contenuto si può scegliere fra le DTD XHTML (ma guarda…) e DTBook, e convertire le voci di sommario create in Indesign in un sommario navigabile. Le font sono incorporabili (OpenType), e via.

Quello che si ottiene è un file con estensione .epub, praticamente uno zip contenente tutti i componenti del documento, fra cui il file XHTML 1.1 e il corrispettivo CSS.

Insomma, quanto basta a scatenare la mia curiosità.

Google e WAI-ARIA

googleWAI-ARIA (Accessible Rich Internet Applications Suite) è davvero un bell’aggeggio, è un po’ che sto meditando qualche test.  Come ben spiega Steve Faulkner, WAI-ARIA it’s easy, e insomma, stuzzica.

Per chi volesse provare, è disponibile anche un componente aggiuntivo per Firefox, la Juicy Studio Accessibility Toolbar (sperimentale) di Gez Lemon, che permette di fare verifiche sulle proprie pagine.

Oggi una succulenta novità su ARIA: Google ha implementato ARIA su alcuni dei suoi servizi, come Google News, Google Calendar e Google Finance.

In effetti, una buona occasione per provare la Accessibility Toolbar di Juicy Studio, che rileva Live Regions, landmarks del documento, Roles e Roles and Properties (oltre ad offrire un Table Inspector e un Colour Contrast Analyzer aggiornato all’algoritmo WCAG 2.0).

Detto fatto. Vai a Google Finance, seleziona ARIA > Aria roles ed ecco:

WAI-ARIA Roles

Properties
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Mica male! Non capisco comunque la politica di Google verso gli standard, però bel colpo del dinamico duo Raman & Chen verso l’accessibilità.

Accessibilità in perpetual beta

i fantastici quattroMeno male, verrebbe da dire leggendo il documento del CNIPA intitolato “Linee guida di progettazione e sviluppo per i siti delle Pubbliche Amministrazioni” a cura di CNIPA, Telecom, Elsag e Engineering.

Questo documento, dichiarato “versione perpetual beta”, che vai a sapere cosa significa, “è stata curato dal Raggruppamento Temporaneo di Imprese (Telecom Italia, Engineering Ingegneria Informatica, Elsag Datamat) incaricato della progettazione, realizzazione e gestione dei servizi relativi ai siti web e della relativa conduzione dei sistemi, con la supervisione del CNIPA”.

A che serve? Bella domanda. Dovrebbe essere un documento che   specifica linee guida per:

  • e presenti Linee Guida con lo scopo di suggerire un’impostazione per la progettazione e lo sviluppo di un sito web, individuando le domande e i contesti normativi di riferimento a cui dover rispondere prima di avviare la progettazione esecutiva;
  • e il documento Modello operativo a supporto delle Linee Guida per fornire risposte pratiche e operative per la progettazione di un sito web, attraverso la definizione di un set di regole per ciascuno degli elementi tipici (componenti) della progettazione di un sito istituzionale.

Nell’ambito del Sistema Pubblico di Connettività e Cooperazione (SPC).

È davvero curioso che i fornitori forniscano al loro cliente delle linee guida, mi immagino che chi scrive le regole venga poi escluso dagli appalti oppure sarebbe un bel conflitto di interessi, ma non è solo questo l’aspetto inquietante. Con la scusa dell’infrastruttura tecnologica a favore dell’interoperabilità e cooperazione fra le pubbliche amministrazioni (che di per sé è un principio encomiabile, anche se è abbastanza logico pensare che se le amministrazioni funzionassero a dovere non ce ne sarebbe bisogno), i redattori delle linee guida si lanciano in una analisi del Web che verrà, che ovviamente sarà Web 2.0, sigla dietro la quale di solito si cela “il pacco”. Sarà così anche in questo caso?

Ci si chiede legittimamente dove sono stati negli ultimi anni Telecom, Elsag ed Engineering. Caspita, che scopertona! Addirittura il mashup! Accidenti.

Dopo questa scoperta, il documento analizza la normativa, correttamente. In Italia bisogna fare i conti con alcune leggi, lo sappiamo tutti (tanto per dirne una, la Stanca). Poi c’è il Codice dell’amministrazione digitale e le sue richieste. A questo punto, l’affare si ingrossa.

Sollevando una grossa confusione terminologica e tecnica, il documento si addentra in una analisi di leggi, requisiti, congressi.

A un certo punto si arriva a un argomento abbastanza importante: 5.2. Perché progettare un sito accessibile e usabile.

Qui ci viene spiegato che ci sono molti buoni motivi per progettare in un’ottica di usabilità e accessibilità. Il primo è che un sito usabile e accessibile è semplice da progettare (pag. 21 del PDF). Giuro, c’è scritto così.

Poi si afferma che l’accessibilità non limita la creatività, perché art director e visual designer sono già abituati a lavorare tenendo ben presenti molti vincoli, quindi il rispetto di alcune ulteriori regole non sarà una difficoltà accessiva. Inoltre, un sito accessibile è facile da mantenere.

E così via, con queste amenità. Nessun accenno a standard, best practice universalmente riconosciute, Il Manuale delle Giovani Marmotte del Webbista. Ricordo ancora una volta, stiamo parlando di Telecom, Elsag ed Engineering con la supervisione del CNIPA.

Finalmente si arriva a qualcosa che forse assomiglia a una linea guida: 6. Linee guida per la progettazione e lo sviluppo dei siti Web. Bene, vediamo.

Si esaurisce tutto in mezza pagina: i metodi proposti sono due:

  • una metodologia progettuale classica, strutturata, che utilizza tecniche di verifica centrate sull’utente garantendo, se correttamente eseguita, la qualità ottimale del sito.

Ma, più bello:

  • oppure optare, se il contesto lo richiede (poco tempo a disposizione, impossibilità di coinvolgere immediatamente l’utenza, ecc), verso tecniche di progettazione più agili che velocizzano la fase progettuale e di sviluppo proponendo in tempi brevi il prodotto on-line in uno stato di “beta perpetuo” e che si concentrano sull’ascolto delle esigenze e dei feedback dell’utenza dopo la messa on-line del sito.

Fine delle linee guida. Praticamente, si consiglia di mettere on-line siti piuttosto approssimativi, in beta perpetuo, da raffinare man mano, perché così si fa più alla svelta.

Ammazza, che bel consiglio! Peccato che contravvenga a tutte le leggi, le linee guida, al codice dell’amministrazione digitale e alle stesse raccomandazioni che costituiscono (?) le linee guida citate come fondamento di queste stesse linee guida.

Si prosegue con una serie di perle di saggezza, come “è dunque necessario chiedersi: qual è lo scopo del sito? Perché è necessario crearlo? Quali sono i suoi utenti elettivi?“. Che illuminazione.

E poi via con il Web Design, che per prima cosa prevede la scelta dell’architettura dell’informazione del sito. Ebbè.

Si arriva proseguendo nella lettura del bigino allo sviluppo del sito (siamo già a pag. 69) e qui si straparla di MPC, a detta dei redattori il pattern (?) più diffuso. Sì, i siti della P.A. Web 2.0 sono fatti tutti con Ruby on Rails, Struts e Spring.

Ah ma forse si riferivano a dot.net

Scorri scorri, altra serie di riassuntini, ma dove sono le linee guida? Niente, si arriva in fondo e di linee guida non c’è l’ombra. È una specie di bigino fatto a colpi di copia/incolla sui più vari argomenti dello sviluppo Web.

Sempre se con linee guida si intendono delle raccomandazioni suggerite, prodotte attraverso un processo sistematico, finalizzate ad assistere gli operatori a decidere quali siano le modalità più adeguate in specifiche circostanze.

A parte alcuni grossolani errori (tanto è in perpetual beta…), viene da chiedersi a che serva questo documento. Viene da pensare che Telecom, Elsag ed Engineering non abbiano la possibilità di comprare qualche libro ai propri tecnici, un bel libro completo e non il riassuntino?

Insomma, ci sono tre redattori, cinque verificatori, un approvatore del documento. Non era meglio proporre una bibliografia raccomandata?

E i PDF, non è meglio renderli disponibili in modo che siano accessibili? Non si riesce nemmeno a fare un semplice copia/incolla, tanto sono fatti male. Eppure la Stanca lo richiede, che facciamo predichiamo bene e razzoliamo male? Già, il Web 2.0.

Il problema nasce dal fatto che non stiamo parlando di un libretto, un manualino, qualcosa fatto in proprio. Questi documenti sono stati presentati come:

“Roma, 24 marzo 2009 – Standardizzare un modello web 2.0 per i siti della PA e offrire una misurazione dei reali benefici forniti dai progetti di gestione: su questi temi il CNIPA, in collaborazione con Engineering, Elsag Datamat e Telecom Italia, ha predisposto specifici documenti di indirizzo che sono stati presentati lo scorso 24 marzo 2009 a Roma in un incontro con le Amministrazioni centrali e locali aderenti ai servizi previsti dall’Accordo Quadro CNIPA n. 4/2007.

I documenti, in linea con il Piano eGov 2012 recentemente emanato dal Governo, intendono fornire i primi strumenti di guida alle Amministrazioni, al fine di coinvolgerle nella evoluzione degli stessi e nella eventuale costituzione di una community incentrata sull’innovazione e sul miglioramento della qualità dei servizi”.

Standardizzare un modello Web 2.0 per i siti della PA? In questo modo? E mi raccomando, pubblicate Linee Guida in perpetual beta coperte da copyright (Il presente documento ed i suoi contenuti sono di proprietà del Centro l’informatica nella pubblica amministrazione (CNIPA) e sono protetti dalle norme sul d irnitatozi odn’aauleto rpee er dalle altre norme applicabili)[1. non ho corretto volontariamente il testo, questo è quello che si ottiene con il copia/incolla, pag. 8.].  Ma per favore.
E mi chiedo: o consorzio temporaneo di imprese fino ad oggi, 2009, che cosa avete fatto se improvvisamente adesso vi viene in mente che i siti devono essere accessibili e usabili tanto da dover produrre delle linee guida? Come li avete realizzati i vostri siti? Volete gli applausi perché con cinque anni di ritardo vi siete accorti delle necessità del Web e delle richieste delle leggi italiane?

Da i figli di Gutenberg all'era del cloud computing

insegnanti, vi vogliono!I “figli di Gutemberg” appaiono nella storica circolare n. 16 del 10 febbraio 2009 “Adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2009/2010” del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

“Per le prime tre classi della scuola primaria, le istituzioni scolastiche valuteranno l’opportunità e la praticabilità della progressiva introduzione di libri di testo in versione on line o mista. A tale proposito, è opportuno considerare che – come sottolineano autorevoli studi – il rapporto con la realtà e l’approccio alla conoscenza dei cosiddetti “nativi digitali”, ovvero i nostri piccoli e grandi studenti, sono ormai significativamente diversi da quelli dei “figli di Gutenberg”. È questo un dato di novità assoluta difficilmente ignorabile e con il quale la scuola e i processi di insegnamento/apprendimento che in essa si attuano dovranno progressivamente misurarsi.”

Costernazione, lamentazioni, reazioni scomposte da parte degli editori (vedi post di Noa).

Voglio segnalare alcune iniziative, qualcuno si è accorto di  “DidascaCyberScool“?

“Seguendo la suggestione contenuta nell’iniziativa e-Inclusion varata dalla Commissione Europea, sul finire del 2008 DIDASCA ha provveduto a tempo di record a realizzare il Network Didasca“.

Uè. Google Apps Education? DidasKnol, “il libro di testo digitale della Scuola italiana del XXI secolo”? Piano d’azione 4c “Collaborare per Creare e Condividere la Conoscenza”?

Leggete il “bando di reclutamento” del rettore di Didasca, e agli editori che sostengono che nessuno gli ha spiegato cosa fare, e che quindi bloccano e licenziano, è dedicato il progetto Art. 15… altro che profilo del Distiller.

Insegnanti di talento, capaci e volenterosi, sappiate che:

“L’implementazione del ‘Progetto Articolo 15’ rappresenta il contributo fornito dagli insegnanti di talento, capaci e volonterosi inquadrati nella Task Force for Innovation in Education:

  • per migliorare la qualità e contenere il costo dei nuovi libri di testo, seguendo le prescrizioni contenute nell’art. 15 del Decreto Legge 15 giugno 2008, n. 112;
  • per realizzare le appendici di aggiornamento dei libri di testo adottati ai sensi dell’art. 5 del Decreto Legge 1 settembre 2008 n. 137.

Inoltre, non gratuitamente come avete fatto fino ad oggi.

“Agli insegnanti che rispondono all’appello, DIDASCA offre:

  • un percorso di formazione gratuito, fruibile direttamente dal loro domicilio;
  • un riconoscimento di carattere morale, mediante l’inserimento delle loro unità didattiche in DidasKnol, ‘il libro di testo digitale della Scuola italiana del XXI secolo’;
  • la possibilità di ottenere un riconoscimento di carattere economico – fino a 7000 euro l’anno – legato alle iniziative annunciate dal ministro Mariastella Gelmini per valorizzare il merito e premiare la produttività degli insegnanti capaci e volonterosi.”

Non credo che il knol sia il sostituto del libro didattico, e non so come Didasca possa promettere agli insegnanti la possibilità di ottenere un riconoscimento di carattere economico dalla Gelmini, ma ben venga una proposta innovativa, anche se per ora un po’ fumosa e auto-celebrativa (come si fa ad auto-etichettarsi “il libro di testo digitale della Scuola italiana del XXI secolo”?)

Se concreta per ora non lo so, cercherò di approfondire, però la strada è quella giusta, credo.

Quelli che l'editoria scolastica, oh yeah

Svegliati, è primavera, dice Noa. Convegni, dibattiti, conferenze, sembra che il mondo dell’editoria sia in subbuglio. Bene, verrebbe da pensare, vuoi vedere che finalmente succede qualcosa di innovativo?

Invece no. Il panorama che Noa descrive è desolante. Si va da chi afferma “allarmi, emergenza educativa” a “il blocco delle adozioni dei libri scolastici” (ma quando mai?), oppure “Da che parte stiamo andando? A scuola si imparerà solo quello che passa Google? Stiamo assistendo alla morte di una delle nostre migliori industrie culturali?”. Insomma, davvero triste.

O da ridere, dipende dal punto di vista. Il fatto certo è che invece di approfittare dell’occasione e finalmente adeguare l’offerta di libri scolastici alle necessità della società questi “L’unico frutto, al momento, sembra quello di aver gettato nel caos gli editori di scolastica, con l’immediato annullamento di nuovi progetti e lo stop delle assunzioni”.

Che dire? Speriamo che falliscano…

Flash e accessibilità

Flash accessibile? I filmati Flash sono sempre stati sinonimo di inaccessibilità, e fino alla versione 6 del Flash Player questo era vero. È sorprendente scoprire come le cose si siano evolute, fino a poter parlare di Flash e compatibilità con le WCAG 2.0. Questo è l’argomento del secondo webinar dedicato alle tecnologie Adobe e WCAG 2.0 svolto da Paciello Group e Adobe. È disponibile la registrazione dell’evento, e personalmente l’ho trovato molto interessante.

Interessante anche una domanda a margine: chiede uno dei partecipanti se “All of this additional data that is added to make Flash accessible… it that data available to search engines?”. “Yes, if the search engine chooses to use it”, risponde Kirkpatrick (il riferimento è a tutti i testi alternativi, le descrizioni e le label poste nel filmato).

Inoltre lo stesso afferma che pubblicherà sul blog Adobe dedicato all’accessibilità una soluzione al problema del focus sui filmati in Firefox. Insomma, credo ci sia da tenere alta l’attenzione. E anche se è il primo di aprile giuro che non è uno scherzo, i filmati Flash possono essere resi a prova di WCAG 2.0.

Buona visione.