Editoria per ipovedenti e non vedenti non equivale a editoria accessibile

""Che cosa sarà mai l’editoria per ipovedenti e non vedenti? Il dubbio viene perché negli ultimi anni l’accessibilità dei documenti elettronici ha fatto passi da gigante, le tecnologie altrettanto e mai come oggi gli strumenti utilizzati da chi ha problemi di vista o di altro genere sono allineati agli standard e ben funzionanti.
Eppure, le associazioni di categoria di ipovedenti e non vedenti non se ne accorgono, e continuano a propagandare Braille e carattere ingrandito come unica soluzione, anzi la soluzione (se avete un po’ di tempo ascoltate le interviste ai principali attori del convegno “Il valore culturale del libro. Verso un formato accessibile e fruibile per i non vedenti. Problemi, esperienze e prospettive (Monza, 29 ottobre 2008)”).

Oggi uno screen reader, per esempio, può leggere al suo utilizzatore documenti anche complessi (sempre che siano stati realizzati nel modo definito “accessibile”) in praticamente tutti i formati più diffusi. I tasti funzione utilizzabili per ottenere una “vista” del documento che non sia una semplice lettura di caratteri ma una vera e propria descrizione semantica del contenuto (i titoli, le tabelle, i link, gli elenchi puntati e numerati, e così via) sono gli stessi sia per HTML, sia per PDF o per documenti Word.

A chi si occupa di accessibilità viene spontaneo pensare che i vari bandi e finanziamenti per ipovedenti e non vedenti riguardino questa editoria, ovvero l’editoria elettronica accessibile.

Questa lettura viene rafforzata (ingenuamente) dalla lettura di articoli pomposi e roboanti come quelli che hanno accompagnato il Decreto del 18 dicembre 2007, detto Rutelli.

Impressionante. Da Punto Informatico: “L’Italia sdogana per prima i libri accessibili” “La bomba è esplosa”. Madò. Che è successo?

“Quanto tempo ci vorrà prima che tutto questo si concretizzi nelle prime uscite in digitale? “Pochi mesi – dice Pietrosanti a Punto Informatico -“. Sì, già, pochi mesi. Siamo a maggio 2009 e non è successo niente. Ma questo sarebbe il meno. Si prosegue blaterando di XML, “”Con questo decreto – spiega Pietrosanti – ci possiamo assicurare che a 48 o 72 ore dall’uscita di un titolo anche noi lo si possa avere in formato digitale”. In quale formato? Si parla di XML o comunque di testo: deve essere un formato che possa essere facilmente letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi, condicio sine qua non per l’accesso ai finanziamenti del bando”.

E qui casca l’asino. Avete letto bene? “deve essere un formato che possa essere facilmente letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi”.

Ci risiamo: l’accessibilità dello screen reader. Qui non si parla di libri elettronici accessibili, ma soltanto di qualcosa che possa essere letto da ciechi e ipovedenti. Ovvero, ci risiamo con il txt e l’accenno a XML è persino controproducente: quale XML? Se la grammatica adottata non prevede l’accessibilità, che sia in XML, SGML o in Klingon poco cambia.

Tante volte mi sono chiesto come mai non ci sia dialogo fra comunità di sviluppatori e gruppi di discussione di ipovedenti e ciechi. In entrambi gli schieramenti ci sono persone capaci e in gamba, eppure non si riesce mai a parlare senza avviarsi in discussioni interminabili.

Ora ho capito: la parola accessibilità non ha lo stesso significato per i contendenti. Ognuno ne possiede un’interpretazione diversa. Per uno schieramento, l’accessibilità corrisponde a una possibilità di accesso ai contenuti universale, indipendente dalla particolare disabilità, un’editoria che possa essere utilizzata da chiunque e con qualsiasi tecnologia assistiva. Accessibile, appunto.

Per l’altro, “lo sdoganamento dei libri accessibili” (sic) corrisponde esattamente a qualcosa che possa essere letto e trasportato sui sistemi di riproduzione vocale utilizzati dai disabili visivi.

Questa è l’editoria per ipovedenti e non vedenti: libri braille, a carattere ingrandito e un qualsiasi formato elettronico leggibile da uno screen reader. Il txt, per esempio, se va bene un doc o un rtf. Basta che sia leggibile dallo screen reader, strutturato o meno è uguale.

Il formato per antonomasia meno accessibile in assoluto è quello che viene regolarmente finanziato con milioni di euro a botta.

Questo tipo di editoria non è nemmeno lontanamente definibile “accessibile”. Ma proprio nemmeno un po’.

Ogni tanto mi chiedo: ma se tutti i milioni di euro spesi negli ultimi anni “a favore dell’editoria per ipovedenti e non vedenti” li avessero dati direttamente agli editori per fare editoria elettronica accessibile, a che punto saremmo? Quante migliaia di libri elettronici accessibili ci sarebbero già in giro?

Quando sparirà la classificazione “editoria per ipovedenti e non vedenti” e riusciremo a vedere qualcosa del tipo “interventi a favore dell’editoria elettronica accessibile”?

Ma finché l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti dichiarerà che “a spalancare ai ciechi le vie della cultura” è il Braille, difficile che si faccia qualche passo avanti. E non dieci anni fa, oggi.

Leggendo l’articolo citato nel link precedente, risulta evidente la scollatura fra sviluppatori e rappresentanti dei non vedenti di cui parlavo prima: conosco personalmente gli sviluppatori che hanno lavorato all’accessibilità del sito del Senato Italiano, e quanto impegno hanno messo nel rendere il sito accessibile (il sito non è conforme alla 4/2004, ma il lavoro fatto fino ad oggi è gigantesco, dato lo stato precedente e l’enorme quantità di pagine presenti).

Di conseguenza hanno reputato di fare cosa gradita presentando il proprio lavoro ai rappresentanti delle associazioni di disabili presenti all’avvenimento. In risposta, Tommaso Daniele, presidente nazionale dell’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, parla di “occasione sprecata“, non si è parlato del Braille.

Ma voi sapete quanti sono i ciechi che conoscono e usano il Braille? Pochi, anzi pochissimi, e costantemente in calo, con risultati su cui si dovrebbe riflettere. Però noi abbiamo l’Autorità Italiana del Braille e la Giornata nazionale del Braille, per legge.

Son sempre gli stessi… UIC, Biblioteca Italiana per i Ciechi “Regina Margherita” e così via, gli stessi che si spartiscono i fondi dell’editoria per ipovedenti e non vedenti in base a un accordo con AIE.

Qui mi fermo sennò mi denunciano. Ma qualche sospetto viene…

Concludo chiarendo un possibile dubbio: questa non è una crociata contro il Braille, strumento utilissimo in alcuni contesti (per esempio, basta pensare alle pulsantiere degli ascensori, ai semafori, biglietterie, etichette, visite guidate e quanto vi viene in mente). In alcune situazioni indispensabile, per esempio pensiamo ai sordo-ciechi.

Certamente e senza dubbio però il Braille non è in grado di spalancare alcuna porta alla cultura dei ciechi date le sue intrinseche limitazioni. Non può essere definito “formato accessibile” e per fortuna dal 1829 (invenzione del Braille) a oggi qualcosa è cambiato. Speriamo che se ne accorgano anche loro.


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6 pensieri su “Editoria per ipovedenti e non vedenti non equivale a editoria accessibile

  1. Grazie, mi hai reso chiara e distinta l’idea che già avevo sul problema. Credo proprio che le cose stiano esattamente come le hai descritte; finalmente una sintesi esplicita degli aspetti psicologici, del misoneismo antitecnologico, del business sotteso, che impediscono un dialogo naturale fra editoria, Web e disabili. Da questa sintesi dovrebbe nascere necessariamente qualcosa di nuovo, fosse intesa dalle parti in dialogo.

  2. In effetti pensando al problema mi era venuto in mente il gran bel lavoro del format Tetralibro. In un mondo razionale avrebbe dovuto prendere piede almeno come milestone di un percorso evolutivo. Invece nulla, anche se rimane agli atti.
    Dal lato business c’è anche il problema ebook, che Claude Almansi ha ben delineato http://webmultimediale.org/almansi/
    in particolare riguardo il Kindle di Amazon.
    La mia ultima frase è ovviamente condizionata dal “fosse intesa dalle parti in dialogo”, dove l’intendimento è condizionato dagli interessi in gioco. Con tutta la potenza del Web sociale, fosse reale, si potrebbe concludere che ci si aspetterebbe un po’ più di attenzione se non altro dal basso…

  3. “Con tutta la potenza del Web sociale, fosse reale, si potrebbe concludere che ci si aspetterebbe un po’ più di attenzione se non altro dal basso…”

    e su molte cose, sì.

  4. Io non ho ben capito come funziona il discorso dei finanziamenti. La cosa mi interessa in quanto sono un editore che vorrebbe muoversi in questo senso (sia tramite lo sviluppo di audiolibri, sia rendendo “accessibili” i nostri libri elettronica, sia con un altro progetto che ritengo molto interessante e utile ma su cui non mi dilungo visto che è solo un abbozzo per ora).
    Un finanziamento sarebbe al momento l’unico modo che avrei per fare davvero qualche passo in questa direzione, ma a chi dovrei rivolgermi?
    Sto cercando in rete ma trovo solo molta confusione…

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