Musica, arte e mondi virtuali

In Second Life si è appena concluso l’opening concert dei Chouchou. Un successo strepitoso, come da aspettative. Trenta secondi dopo (30 secondi…) l’apertura della sim a ogni tentativo di tp “sim full, retry later”. Mentre le altre sim chiudono, Chouchou triplica e ora sono tre sim.
Vendono “dischi” a palate, in tutti i formati.

Perché?

Me lo sono chiesto, è così stridente il confronto con altre manifestazioni che si auto-definiscono “artistiche” dove, se va bene, ti rompi le palle.

Alla fin fine, è facile da capire. La voce di Juliet Heberle è così bella e dolce che ammazza la gente, ti ruba il cuore. Arabesque Choche secondo me è Ryuichi Sakamoto travestito da avatar, ne sono sicuro. Le musiche sono bellissime, la grafica e le sim curatissime.
Perché loro hanno successo e altri no? Semplice, perché loro hanno l’arte e hanno il cuore.
E la gente lo capisce, istintivamente. È una qualità dell’arte, e se non c’è emozione, se non si è capaci di donare se stessi, non si è artisti ed è giusto che il successo non giunga.

Chi se ne frega delle pippe mentali dell’artista alle prese con strampalate composizioni di particelle o ignobili “composizioni astratte”? O degli ancora più pezzenti “galleristi” del tutto improvvisati che infestano Second Life?

Non ci sono discussioni. Quando c’è, la qualità paga alla grande, dona gioia al pubblico e si attua quello scambio magico che è l’arte. Grazie Juliet, grazie Arabesque.

Il resto, sono pippe.

Risultati delle ricerche, Google, la Cronologia Web e la ricerca personalizzata

google search“Wow! Sono in prima pagina di Google”, mi annuncia soddisfatto un amico. “Ah, complimenti”, dico io. Controllo. “No, guarda che sei in sesta pagina come prima”. “Ma come? No no, sono in prima pagina”.

Già successo, vero? A un certo punto il proprio sito si mette a scalare tutte le classifiche e giunge in primo piano, se non al primo posto fra i primi nei risultati delle ricerche Google. Dopo un certo entusiasmo, si capisce che c’è qualcosa che non funziona e alternativamente si dà la colpa a Google che non “indicizza bene”, ai browser, al transito di Plutone.

Una cosa da sapere è che se utilizzate un servizio Google, per esempio Gmail, nel vostro profilo è presente una impostazione che influisce sui risultati delle ricerche: Cronologia webRicerca personalizzata invece funziona sempre, è in un cookie di durata 180 giorni.

Entrambe queste opzioni salvano le vostre ricerche, ed influenzano le pagine dei risultati mettendo in primo piano le vostre ricerche più frequenti. Cronologia Web è attiva se fate il login a Google, Ricerca personalizzata è sempre attiva ed è è l’elenco delle ricerche precedenti su Google memorizzate dal browser.

Quindi prima di dichiarare sono in prima pagina, disattivate l’opzione nel vostro profilo Google e ripetete la ricerca, aggiungendo in coda all’URL che Google mostra dopo aver fatto una ricerca il parametro &pws=0. Premere invio per aggiornare la pagina e voilà, i veri risultati. Forse, speriamo.

Francamente, non capisco a cosa possa servire una cosa del genere: i miei risultati di ricerca anche con le stesse parole chiave non saranno mai uguali a quelli di un’altra persona. Google dice che è per “Con la personalizzazione dei risultati ci auguriamo di offrirti le informazioni più utili e pertinenti possibili su Internet”. Io ci metterei un bel boh pure qui.

epub. Alla ricerca di un workflow

qualche dubbio sugli epubSembra che a detta di tutti fare un epub sia una cosa semplicissima, la classica cosa da “premi il tasto e via, fatto”. Certo, qualcosa succede, ma vi ricordate i siti fatti con Frontpage? È la stessa situazione.

C’è sempre confusione fra HTML e XHTML, tanto da portare una persona di solito accorta come Zeldman ad affermare “che ci vuole, prepara i tuoi file in HTML valido (dimenticando che lui stesso afferma che il 99% dei siti web a oggi non è valido… se non sono capaci di produrre codice valido gli sviluppatori figurati gli aspiranti editori elettronici), zippa tutto e converti in pacchetto con bookglutton“.
Peccato che anche bookglutton contribuisca alla confusione, perchè la procedura guidata chiede di:

  1. Upload an HTML book produced from our specifications (see below).

Uno va a leggere le specifiche e scopre che “Before you upload your ZIP you MUST format your content as XHTML 1.1”. Bah.

Comunque, stabilito che a me interessa usare il formato epub, ho provato un po’ del software disponibile, non molto a dire la verità.
Sigil di per sé è un onesto editor, ma così limitato… non fa nemmeno le tabelle. Comunque, meglio che niente. Vediamo Calibre. Ok, nemmeno questo mi sembra un granché, promette bene una utility a linea di comando chiamata “epub-fix”, ma l’interpretazione del codice di Calibre è alquanto “personalizzata”. Non mi piace.

Stanza? Mi sembra di essere tornato ai tempi di mio nonno, e funziona decentemente solo su Iphone/Ipad, la versione desktop è una specie di tritatutto. Se volete ridurre il vostro epub a solo testo, l’ideale.

Insomma, a fronte di tutti questi annunci mirabolanti sul futuro e la tecnologia, non ci sono strumenti realmente efficaci e in grado di produrre senza grosso danno e perdita di tempo file epub validabili senza dover ricorrere a interventi anche pesanti sul codice.

E-cub e Jutoh sembrano fatti da persone che sanno di cosa stanno parlando, bravi. Sanno cos’è l’accessibilità e gli editor permettono di creare versioni audio dei libri in mp3 con LAME. Jutoh non è gratuito ma vale i soldini che costa. Dagli stessi autori di Writer’s Cafè, un altro bel software.

La verità è che produrre un epub di qualità non è per niente facile, e le uniche soluzioni realmente funzionanti sono commerciali, per esempio Adobe Indesign. Ma questa è la parte più semplice della questione, perché se il file di partenza non è fatto con tutti i crismi, utilizzando estensivamente gli stili di paragrafo, inserendo le immagini inline e con il flusso del testo ben consolidato e concatenato, col cacchio che ti viene un epub. Vengono dei file sparpagliati su cui devi mettere pesantemente le mani con la speranza di non dimenticare una doppia virgoletta, perché siamo in XML e i parser non correggono nulla. E devi sperare che non ci siano modifiche da fare dopo che hai validato il file, perché metterci le mani significa o ricominciare da capo o saper usare XML e lavorare nel codice.

Per piccole modifiche, a mio parere una possibile soluzione viene ancora da Adobe, PDFXML Inspector, un tool che appartiene al progetto MARS. È leggero e non si inchioda ogni tre minuti, diciamo che dura almeno 5.

Alla fin fine, l’unica via che mi sembra realmente praticabile per ora è creare i documenti sorgenti in Indesign seguendo alla lettera tutti i consigli di Adobe, produrre l’epub, rinominare il file cambiando l’estensione in .zip, scompattare il file preservando la struttura delle directory, creare un nuovo sito in Dreamweaver e lavorare sul codice con DW. È come voler rifare un vecchio sito fatto in Frontpage per renderlo standard, mettetevi il cuore in pace. Poi per vedere l’epub dovete creare un nuovo zip di tutti i contenuti, rinominarlo .epub e guardarlo in un viewer. E nel caso ricominciare da capo.

E bisogna conoscere bene XHTML 1.1 e CSS, ricordando che le specifiche di epub sono un po’ differenti. E incrociare le dita.

E non accenno nemmeno all’accessibilità, perché tutti gli epub sparpagliati nel mondo sono in XHTML 1.1, mentre lo schema compatibile con Daisy è DTBook, e nemmeno questo è supportato decentemente… mah. Non sappiamo usare gli stili di paragrafo in Word dopo trent’anni, mi sembra eccessivo parlare di schemi XML. E lasciamo perdere le numerose e inverosimili incompatibilità fra i vari editor/viewer… bah. Mah, anche. E ho visto anche una versione latinizzata del formato: epubis. Mah.