LIA, l'accessibilità e Il Tropico del Libro

LIA? Ancora? Sì, almeno una volta. In questo caso per rispondere a Sergio Calderale, del Tropico del Libro, che animato da insana passione ha prodotto una trilogia di post sulla storia di questo progetto. Non capisco bene quale spinta lo abbia condotto a questo sforzo, ma il lavoro prodotto è dettagliato ed interessante. Inoltre, vengo chiamato in causa più volte, lo spazio dei commenti di un blog è quello che è e quindi scrivo le mie note qui.

La lunga storia viene, come si diceva, divisa in tre parti: una cronistoria, una raccolta di opinioni, un’intervista a AIE nella persona di Piero Attanasio.

I post non sono stati scritti da esperti di accessibilità, apprezzo quindi lo sforzo di comprensione e divulgazione su un argomento così fumoso come LIA, ma ho qualche dubbio sull’impostazione generale delle considerazioni prodotte.

Il primo dubbio, che purtroppo pervade tutti i post, è che non sia chiara una questione fondamentale, ovvero cosa sia l’accessibilità. Ovviamente, per parlarne quanto meno bisognerebbe condividerne la definizione. Nei post, si fa un curioso confronto fra definizione di accessibilità “Legge Stanca” e una frase estrapolata da una guida prodotta da un gruppo di lavoro triennale sponsorizzato dal WIPO (World Intellectual Property Organization), di cui lo staff di LIA ha curato una traduzione in italiano (è davvero disponibile solo in .docx, non ho sbagliato il link) e che fa parte del progetto “Enabling Technologies Framework Guidelines“.

Perché curioso confronto? Intanto la definizione “Stanca” è scritta da un ufficio legale, e ovviamente a prima vista può apparire “un po’ strana” nella sua stesura, ma è una legge. La seconda invece non rappresenta in alcun modo uno standard o un riferimento normativo, tant’è che la frase citata in originale inizia con “In generale”. In generale si potrebbe dire che… le due definizioni appartengono a mondi diversi, una è normativa, l’altra è semplicemente colloquiale ed esprime l’opinione di chi ha scritto quella guida e correttamente si riferisce a un contesto “in generale”. È quindi una decisa forzatura utilizzare come giustificazione di un presunto “prima e dopo” due frasi di natura completamente diversa come se fossero fra loro contrapposte ma che alla fine dicono esattamente la stessa cosa: un documento elettronico si può definire accessibile quando è fruibile da chiunque, punto.

Purtroppo il presumere una “più attuale definizione di accessibilità” da parte dell’autore mina il filo dei ragionamenti esposti, che alla fine diventano ancora meno trasparenti di quello che erano in partenza grazie anche alle parole di Attanasio. Ma andiamo con ordine.

Parte uno: storia. Per quello che mi riguarda, visto che vengo descritto direttamente come “condito dal malumore di chi ha perso la gara” e di conseguenza autore di un “articolo polemico“, vorrei sapere dove il mio post citato sia polemico o scritto con malumore. Esprime una grossa delusione, certo. Se il progetto fosse stato realizzato da noi certamente non avrebbe la forma di LIA. Scrivo (copio/incollo) “Sono contento che io e un mio amico siamo riusciti a competere con il nostro progetto fino all’ultimo con colossi come AIE e UICI“. Ed è vero, ne sono stato contento ed orgoglioso. Questo sarebbe essere di malumore e polemico?

Parte due: le opinioni. Il post parte subito con una grossa cantonata, rendendo esplicita questa presunta maggiore attualità di una definizione che nemmeno lontanamente rappresenta qualcosa di autorevole o normativo. Ok, allora va bene tutto… ora scrivo io una definizione di accessibilità e decido che quello è il riferimento, e su questo costruisco una storia. Non è molto serio, vero?

Fra le opinioni, c’è anche quella di un “editore accessibile”, che non conosco. Però, sembra che anche l’editore accessibile abbia le idee un po’ confuse, poiché si legge (copio/incollo):  “Torniamo un attimo indietro, al termine “accessibilità”. Nato nel web, ha preso piede negli ultimi anni proprio nell’ambito dello sviluppo di siti internet: “accessibilità”, per capirci, è più vecchio di “usabilità” (altro termine andato di moda col crescere dello sviluppo web mobile, sebbene anche questo fosse più antico)”.

Eh? Voi avete capito cosa significa? L’usabilità è andata di moda con il web mobile? Boh. La accendiamo? Ne siete sicuri?

Prosegue l’editore accessibile: “I cosiddetti “standard per l’accessibilità” non sono altro che un insieme di accorgimenti tecnici, un “modo giusto di codificare”, per far sì che gli screen-reader, o la funzionalità text-to-speech di smartphone e tablet, siano in grado di funzionare correttamente”.

Ma no, ma per favore, ma avete idea di cosa sia veramente l’accessibilità? Insieme di accorgimenti tecnici per gli screen reader? Segue una inutile ed ennesima (credo che sul web ci siano milioni di documenti che parlano dell’attributo alt) spiegazione di cosa sia l’attributo alt del tag img. Compare qui per la prima volta una richiesta esplicita riguardo i requisiti di LIA: sembrerebbe che LIA richieda di inserire nell’attibuto alt dell’immagine di copertina nome dell’autore e titolo del libro. Io non so se questo è vero, ma se lo fosse siamo davvero alla frutta. Nella grammatica formale di riferimento, XHTML, l’attributo alt ha delle precise funzioni che non sono “personalizzabili” da parte di LIA (ricordo che LIA non ha alcun valore legale o di riferimento come ente di certificazione, il bollino LIA è una cosa che si sono inventati loro ripercorrendo forse le orme di quello che era Bobby tanto tempo fa. Ma era appunto tanto tempo fa, e c’erano delle specifiche di riferimento ben chiare).

Però, non sapendo se questo corrisponda al vero o meno, ne riparleremo quando qualcuno pubblicherà qualcosa di utilizzabile perché per ora, dopo anni e milioni di euro, non esiste uno straccio di documentazione su quali siano i requisiti tecnici richiesti da LIA per appiccicare l’ennesimo bollino. Basterà essere cuggino di qualcuno? Spero di no, ma come minimo un progetto del genere avrebbe dovuto rendere pubbliche le specifiche e sottoporle a discussione aperta, soprattutto se l’intento principale del progetto è “superare il concetto di accessibilità relativa a determinate categorie di fruitori dei contenuti editoriali, in questo caso le persone con disabilità visive, per approdare alla messa a punto di un flusso di lavoro, messo a regime dai singoli editori, finalizzato a immettere nei circuiti distributivi libri che siano semplicemente accessibili per tutti“. Notate la discreta contraddizione? Belle parole, ma se io volessi seguire le indicazioni di LIA e realizzare libri che siano accessibili per tutti (sic), come caspita posso fare se nessuno sa e dice quali siano i riferimenti?

Non si poteva, visto il grosso budget a disposizione, creare un altro sito (magari questo accessibile davvero, non come i due online attualmente) contenente tutti i riferimenti, esempi pratici, documentazione, spazi di discussione?

La stessa domanda se la sono posta due editori, che hanno chiesto a LIA lumi al proposito. Un editore dice “Per ora però, abbiamo provato a entrare in contatto con la segreteria del LIA ma non abbiamo avuto risposta. Riproveremo”. Ok, ritenta sarai più fortunato. L’altro editore dice: “Tuttavia, alcune perplessità permangono per la mancanza di chiare specifiche tecniche (ci sono state fornite solo vaghe linee guida circa il codice degli ebook)”.

Questa secondo me è la parte più debole di tutto il progetto: la mancanza di una reale documentazione tecnica, che superi la logica degli annunci mirabolanti da fiera e gli slogan, dando realmente agli editori degli strumenti di lavoro. Semplicemente, questi strumenti non esistono. Sul sito del progetto sono reperibili soltanto la traduzione citata in precedenza e il riferimento a un manuale (anzi, linee guida) intitolato “Ebook accessibili, best pratice di taggatura” (scritto da un autore sconosciuto nel campo dell’accessibilità – il refuso non è mio, si intitola proprio così) che però non è disponibile al pubblico.

Forse era troppo audace fare di questo manuale un epub con licenza Creative Commons da distribuire gratuitamente? No, eh?

Nel seguito uno degli intervistati mi chiama in ballo ma non ho capito cosa volesse dire, magari me lo spiegherà se ha voglia, sarò ben lieto di rispondergli.

Sulla parte terza, non entro nemmeno nel merito. Si tratta di belle speranze, aspettative, marketing. Ma di strumenti pratici, realmente alla portata degli editori ed in grado di produrre quel desiderato cambio di paradigma nel workflow editoriale integrando l’accessibilità fin dalla produzione dei documenti (sai che novità, quanti anni sono che se ne parla? Ci voleva LIA?) non ce n’è ombra. Il progetto a dicembre chiude, quindi è legittimo aspettarsi che strumenti per gli editori mai ce ne saranno, a meno di ulteriori nuovi finanziamenti (pubblici o privati non c’è problema, dice Attanasio. Scusi, ma mi viene da sorridere).

Dice Attanasio: “perché intendevamo dare come primo approccio forte questo messaggio che ciò che si trova è acquisibile in un click, in maniera immediata“. Qualcuno l’ha avvisato che i clic necessari sono molti di più e i problemi da affrontare per qualcuno possono essere anche insormontabili, e che uno dei punti più deboli della vetrina è proprio questo?

Il concetto che stiamo cercando di sviluppare è una soluzione a regime in cui qualsiasi disabile visivo possa accedere a qualsiasi ebook che venga prodotto, attraverso gli stessi canali che tutti utilizzano“. Non dovevano essere libri universali per tutti? Ora sono tornati ad essere libri per disabili visivi? Ma sembra proprio essere così. Dice ancora Attanasio: “Il motivo è proprio quello. Noi puntiamo all’epub 3 ma se i software ancora non lo leggono… Abbiamo fatto dei test con i device esistenti. Visto che l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, in questo momento è ancora meglio questo formato“. Quindi l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, ok, basta saperlo.

D’altra parte è coerente con quanto dichiarato sul sito: “Mettendo a frutto le potenzialità del digitale, LIA ha attuato un modello, basato sull’utilizzo di standard internazionali, che consente di spostare a monte la produzione di ebook accessibili e di integrarla nei normali flussi produttivi e distributivi editoriali al fine di offrire ai non vedenti e agli ipovedenti un numero sempre maggiore di titoli accessibili.

Per offrire un punto di accesso agli ebook accessibili, LIA ha creato una vetrina online navigabile in autonomia dai disabili visivi“.

Come dice Francesco Tranfaglia, che di libri se ne intende, “Vieni a LIA! Fai contento il tuo amico ciecato, compragli un bel libro col bollino per ciecati!”

Però, allora, non parlate di universalità, di accessibilità per tutti, oppure devo pensare che non sapete di cosa state parlando o che siete in malafede. O perlomeno mettetevi d’accordo fra voi…

Ci conforta che nel mondo delle disabilità la stragrande maggioranza la pensi come noi“. Ok, che dire, scusi ma mi scappa ancora da sorridere.

E così via, di contraddizione in contraddizione, tentando di spiegare cose che noi umani non possiamo capire.

Ciao LIA, scusami ma sei proprio noiosa, è estate… magari ne riparleremo in autunno, saluto fazzolettino sventolato, bye bye.

Scuola: il digitale può attendere. No, ma, chi l'ha detto?

cose mirabolanti...

È veramente buffa questa cosa del Ministro dell’Istruzione in carica, Maria Chiara Carrozza, e delle dichiarazioni che avrebbe fatto in merito a un incontro avuto con gli editori la settimana scorsa a proposito della questione libri scolastici digitali.

Aveva iniziato Gabriele Toccafondi, Sottosegretario Ministero dell’Istruzione, con un tweet,

Gabriele Toccafondi@GToccafondi 17 Jul

Ho incontrato gli editori No a contrapposizioni ideologiche l’innovazione della scuola prosegue e sono disponibile a valutare ogni criticità”.

Vabbè, mi sembra una posizione comprensibile. Credo che sia piuttosto naif aspettarsi una posizione equilibrata e non ideologica dagli editori su questo argomento, ma chissà.

Poi compare un articolo sul blog di Repubblica, Stop ai libri digitali a scuola, dove Corrado Zunino riporta alcuni virgolettati attribuiti al ministro e agli editori. Da quello che scrive sembrerebbe essere stato presente alla riunione però non si sa, magari qualcuno gli ha riportato le notizie.

Sembra quel gioco dove ci si mette tutti in fila e ognuno dice nell’orecchio al proprio vicino una frase, che man mano si modifica strada facendo.

Ora in un post su L’Espresso, Il Ministro Carrozza, la didattica digitale e l’intramontabile fascino di lavagna e gessetto, una frase presa dal post originale e attribuita agli editori appare come dichiarazione del ministro, con tanto di firma, e su questo errore parte una tiritera di rimprovero al ministro poco coraggioso, e il ritardo dell’Italia, non ci sono più le mezze stagioni, e così via.

Intanto, da altre parti c’è chi chiede le dimissioni del Ministro Carrozza per una battaglia di civiltà.

Il ministro manda un tweet dicendo “Ma io non ho mai detto quelle cose”, e subito un altro post dice “Sì, l’ha detto ma poi ha smentito” (La scuola digitale può attendere?).

Boh, insomma, vabbè che è estate, ma un argomento così non varrebbe la pena di trattarlo un po’ meglio? Com’è che nessuno si accorge delle vere bufale contenute nel post iniziale? Gli editori avrebbero tonnellate di carta stampata nei magazzini e bisogna salvarli? Magazzini pieni di libri che usciranno, forse, fra anni? Opperò. E ovviamente, ribadiamo che leggere ebook fa male, non fatelo!

Gli editori, soddisfatti per i loro bilanci, commentano: «Avremmo dovuto macerare interi magazzini». E offrono queste spiegazioni alla loro posizione: «L’accelerazione sui libri digitali non poggiava su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale, così come non sono state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di apparecchiature tecnologiche».

Non è facile fare un libro

Bozza ad alta voce

Diceva ieri il Venerandi “non è facile fare un ebook“. Le analisi proposte nel post sono tutte condivisibili, è evidente che nelle soluzioni proposte dai vari attori del mercato per la realizzazione di libri elettronici c’è qualcosa che non va, che si tratti di mobi, di epub o altri formati più o meno esotici e ciascuno con richieste tecniche differenti. C’è chi inventa le proprie specifiche, chi prende quelle degli altri e le riadatta alle proprie necessità, chi ne inventa di nuove.

La mancanza di uniformità produce ovviamente gran confusione e grandi costi aggiuntivi, poiché è necessario produrre più versioni dello stesso documento per soddisfare ogni tecnologia. Ovviamente i vari formati e le periferiche utilizzabili per leggerli sono fra loro incompatibili, lo chiamano “mercato”.

Ha senso? Non molto, ovviamente. Il gran pasticcio deriva secondo me da un fatto molto semplice: si continua a chiamare libro quello che in realtà oggi è il sistema di distribuzione. La carta o i formati digitali non fanno altro che rendere distribuibili dei contenuti, non sono più “il libro”. Lo vuoi in formato elettronico? Pronto, eccoti il link da cui scaricare. Lo vuoi di carta? Certo, te lo stampo e te lo fornisco a casa, se vuoi.

Se questi contenuti venissero prodotti utilizzando correttamente gli strumenti che da anni i vari programmi per scrivere o impaginare rendono disponibili, non saremmo nemmeno qui a discuterne: i documenti sarebbero già dotati in partenza di tutto il necessario sia per la distribuzione elettronica, sia per quella su carta.

Il problema, o perlomeno uno dei problemi più importanti, nasce secondo me dalla procedura ancora oggi utilizzata per produrre i materiali: in linea di massima, si procede a “appicciconi”, a continui rattoppi e adattamenti, magari fatti da mani diverse che non sanno utilizzare correttamente un word processor.

Quello che avrebbe potuto essere un documento elettronico pronto per la distribuzione diventa una poltiglia ingestibile, che deve essere pazientemente ripulita e reimpaginata da qualcun altro. Alla fine poi ognuno riconvertirà al proprio formato di distribuzione quanto prodotto, convinto di avere in pugno il mercato. È soltanto un tentativo di controllo, baby.

Sarebbe tutto infinitamente più semplice se, per esempio, la produzione dei testi venisse effettuata utilizzando strumenti come PressBook. Un sistema di authoring e publishing gratuito, già organizzato e con quello tutto che serve per scrivere un libro, e che soprattutto permette di salvare il proprio lavoro in quei formati di markup che garantiscono interoperabilità, trasparenza, accessibilità, universalità, oltre che nei consueti PDF, epub, ecc… proprio quello che servirebbe.

È soltanto un esempio fra i molti che mi vengono in mente, e mi rendo conto che in questa maniera si andrebbe a perdere molto del divertimento che deriva dall’aggiustamento della poltiglia redazionale e si abbasserebbero troppo costi e tempi di produzione. E poi come si fa a giustificare quel prezzo di copertina?

Quello che comunque è evidente, oggi ancora di più, che il libro non è la carta o il pixel e la loro presunta lotta: il libro è il contenuto.

Tecnologia Solidale 2013

Ultimi giorni per iscriversi a Tecnologia Solidale 2013, un convegno che si svolge dentro al Parlamento

Con il convegno “Tecnologia solidale” abbiamo voluto accendere i riflettori sul “lato B” della tecnologia, sul “lato buono”.

Per far incontrare tante realtà, per far loro raccontare la loro storia.

Per conoscere le esigenze di un mondo in continua crescita anche nel nostro Paese.

Per capire come la tecnologia consente oggi di migliorare la vita delle persone.

Abbiamo raccolto le sollecitazioni al Governo e al Parlamento, in ordine all’agenda digitale e in ordine al decreto sviluppo.

Le tradurremo in emendamenti per quanto riguarda l’agenzia per il digitale, sul tema dell’accessibilità.

Presentazione di Tecnologia Solidare – On. Antonio Palmieri

LIA: i commenti (molto negativi) degli utenti sui Libri Italiani Accessibili

Di LIA, Libri Italiani Accessibili, abbiamo già parlato in precedenza. Rispetto al precedente post, l’unica modifica effettuata riguarda il form di login, che ora è all’interno del layout visualizzando il sito a 1024×768. Tutto il resto è immutato ed inaccessibile come prima. Come questo sia possibile, nessuno lo sa. Risulta quanto meno stupefacente, perché il sito è realizzato (o perlomeno così si dice) da un centro di eccellenza (CEFRIEL) e nel progetto sono direttamente coinvolte associazioni come l’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza e l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

Gli errori e la mancanza di una strategia progettuale accessibile sono così evidenti che forse per questo sfuggono. Possibile che nessuno si sia accorto dei gravi problemi del sito? Eppure sembrerebbe proprio così. Ho chiesto ad alcuni amici ciechi di fornirmi il loro parere su questo servizio, e li ringrazio della disponibilità fornita. Copio/incollo alcuni dei commenti ricevuti, che sono visibili nei post del gruppo Editoria Elettronica Accessibile su Facebook.

Credo che la lettura sia interessante, si tratta di commenti da parte di persone destinatarie del progetto, e vengono evidenzati problemi non da poco e delle vere e proprie trappole per non vedenti: perché mai sarà necessario usare due carrelli per comprare un libro, di cui probabilmente uno non accessibile (quello del negozio dove si effettua realmente l’acquisto) e occorre registrarsi anche su LIA per usare un carrello che nemmeno si sa se riporta l’importo corretto? Dice uno dei commenti: “Per completare la procedura di acquisto è necessario: 1.Essere registrati o aver effettuato il login sul sito vetrina LIA (per approfondire leggi Creare il profilo sulla vetrina LIA) 2.Selezionare la libreria su cui acquistare gli ebook inseriti nel carrello 3.Fare click su Acquista. 4.N.B. Facendo click su Acquista abbandoni la vetrina LIA e accedi alla pagina della libreria prescelta. 5.Effettuare il log in o registrarsi sulla libreria online a cui è stato inviato il carrello. 6.Seguire le indicazioni fornite dalla libreria per effettuare il pagamento e scaricare l’ebook”.

Ma vi pare possibile su un sito con queste pretese e proponimenti? No, ovvio. Eppure…

Debbo dire che il progetto prevedeva 3000 titoli, mentre nel sito indicano 2500. La domanda che mi pongo è se dopo questi primi 2500 titoli il sito continuerà a funzionare oppure morirà, come di solito accade coi progetti rivolti alla disabilità?

Ho cliccato su un libro che leggerei, cioè il libro di Jo Nesbo – Il cacciatore di teste, che in quel formato comunque non compro per via dei DRM.

E’ un file EPUB, la protezione è Adobe DRM. Qui mi nasce spontanea una domanda: se si tratta comunque di un libro protetto, leggibile presumo con Adobe Digital Edition, a che serve un progetto LIA per i libri italiani accessibili. Potrei comprarlo in qualsiasi store di ebook, dove è presente Einaudi (l’editore). Almeno mi sarei aspettato, visto il costo di 3 milioni di euro di progetto, che i libri fossero in social drm, cioé leggibili con qualsiasi software di lettura, con cui eventualmente i non vedenti coinvolti avrebbero potuto convertirli in audio o stamparli in braille come piaceva a loro. Io un libro protetto con Adobe DRM non lo comprerò mai.

Queste sono le caratteristiche di accessibilità che sono apparse quando ho cliccato nel bollino LIA.

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Contiene un indice dei contenuti che permette l’accesso diretto a tutti i capitoli del testo tramite link. I titoli sono identificati come tali per favorire la navigazione.

Il contenuto segue un ordine di lettura logico e corretto. I rimandi di nota sono linkati e consentono di accedere alle note e ai siti esterni, se presenti.

Immagini, grafici, tabelle (e tutti gli altri contenuti non testuali) hanno una descrizione alternativa breve.

Permette l’ingrandimento dei caratteri del testo e la modifica dei colori e dei contrasti per il testo e lo sfondo.

Questo eBook è stato certificato accessibile da LIA

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Punto 1. L’indice a tutti i capitoli è una caratteristica di EPUB, non capisco che cosa significa specificarlo. Avranno voluto dire che gli EPUB sono indicizzati con criterio? Dicono che “i titoli sono identificati come tali”… interpreto un pochino e intuisco che l’inizio di un capitolo è marcato coi tag di titolo. E’ il minimo, signori. Ma queste sono ormai regole straconosciute che si usano dappertutto.

Punto 2: il contenuto segue un ordine di lettura corretto. Come dire abbiamo rispettato la sequenza cartacea del libro. Signori, siamo di fronte a un libro di narrativa, mica su un testo scolastico. Io comprendo che i problemi di sequenza di lettura ci siano nei testi scolastici, quelli con un layout minimamente complesso, ma in un libro di narrativa io non ho mai incontrato problemi di sequenza di lettura. Le note puntano alla loro descrizione, ma è il minimo. Tutti i programmi di videoscrittura, che generano documenti html o xhtml, creano note linkate alle loro rispettive descrizioni.

Punto 3. La descrizione per le immagini mi sta bene, ma segue la stessa considerazione delle note. Le tabelle per essere accessibili bisogna convertirle in modo appropriato, perché in html una tabella ha i suoi tag identificativi e la sua struttura, perfettamente leggibile da almeno quindici anni. Dubito comunque che il libro di Jo Nesbo contenga tabelle.

Punto 4. Colori, ingrandimento e sfondo può starmi bene, ma che certificazione è? Sono cose ovvie, proprio la base. Si può cambiare tipo di carattere? Può essere impostato un carattere monospazio? Può aumentarsi o diminuirsi lo spazio orizzontale tra caratteri? Visto che queste che citate sono opzioni utili agli ipovedenti.

Punto 5. Chi produce un bene o un servizio non può autocertificarsi la validità del suo stesso prodotto. Per avere una certificazione di qualcosa sarebbe necessario un ente terzo certificatore, imparziale.

Io posso dire solo questo: come editore ho provato in diversi modi a entrare in contatto con LIA, e non ho avuto alcuna risposta. Lavorando con associazioni che si occupano di disturbi visivi e con la Pubblica Amministrazione abbiamo cercato di capire meglio come affrontare l’accessibilità (che non è poi riferibile esclusivamente a problematiche di vista), abbiamo lavorato per rispettare le norme sull’accessibilità per la PA fino alla legge Stanca del dic 2012. Per questo motivo ci è parso obbligatorio e necessario un confronto con il progetto LIA: sappiamo di avere dei punti di debolezza -credo Livio li conosca benissimo- e volevamo avere un confronto con esperti per avere parametri comuni e condivisi su ebook e accessibilità. E permettere ancora di più che il lettore -qualunque necessità abbia- possa riconoscere un ‘ebook ben fatto’ da uno improvvisato. La risposta è stata un assoluto silenzio (e più o meno poi ci conosciamo, non facciamo finta di niente). Se questo silenzio mi pesa e mi scoccia personalmente per il mio lavoro, mi pesa e mi scoccia ancor di più intuendo che sia la risposta rivolta a qualsiasi editore che si approcci con curiosità a questo progetto (magari perché in fin dei conti qualcosa ne sa anche lui? O magari perché non è stato indirizzato dalle ‘persone giuste’? Il dubbio rimane).

Gli ebook inseriti nel carrello sulla vetrina LIA possono essere acquistati su una delle librerie partner. Selezionando Acquista il carrello creato sulla vetrina LIA viene inviato alla libreria da te preselezionata, sulla quale potrai effettuare la transazione economica. Per completare la procedura di acquisto è necessario: 1.Essere registrati o aver effettuato il login sul sito vetrina LIA (per approfondire leggi Creare il profilo sulla vetrina LIA) 2.Selezionare la libreria su cui acquistare gli ebook inseriti nel carrello 3.Fare click su Acquista. 4.N.B. Facendo click su Acquista abbandoni la vetrina LIA e accedi alla pagina della libreria prescelta. 5.Effettuare il log in o registrarsi sulla libreria online a cui è stato inviato il carrello. 6.Seguire le indicazioni fornite dalla libreria per effettuare il pagamento e scaricare l’ebook.

Bel particolare. Quindi in sostanza LIA è un modo per complicare l’acquisto di ebook. Mi viene voglia di scrivere a qualche parlamentare M5S per far fare loro una bella interrogazione, visto che il Progetto LIA è stato presentato in Parlamento, se non ho capito male, con la benedizione della presidente Boldrini. Semmai ci fossero ancora dubbi che l’obiettivo vero sono i 3 milioni di euro, e non certo dare 2500 libri ai ciechi. Per quale motivo, per prendermi almeno un diritto, contentino che non mi spetta, perché mai dovrei andare ad acquistare a 9-10 euro un libro che ha fatto incassare ai vincitori di questo progetto ben 1000 euro. 1000 euro per aver costruito un sito interfaccia che rimanda ai siti dove il libro vero si acquista. L’UICI se li va a cercare col lanternino tutti i progetti in cui andarsi a infognare.

e poi c’è un altro problema! infatti si legge: I prezzi indicati sulla vetrina LIA sono i prezzi di copertina presenti nel catalogo degli e-book in commercio e non tengono conto dei possibili sconti o promozioni che le singolo librerie online possono applicare. Pertanto è possibile che si verifichino delle variazioni tra il totale indicato sulla vetrina LIA e quello riportato dalla libreria su cui l’utente conclude l’acquisto.

solo una cosa Livio. potresti aggiungere che i carrelli degli store esterni non sono per forza accessibili. nel senso che se l’utente effettua l’acquisto in un sito, poi deve anche essere in grado di continuare l’operazione con un’interfaccia utente completamente diversa e dove, per il momento, non è che l’accessibilità sia proprio in primo piano… io parlo da non vedente che usa NVDA, si fa tutto per carità, però è complesso. se poi aggiungiamo che una volta effettuato un acquisto, gli elementi rimangono nel carrello, sì, hai capito bene, la prova l’ha fatta Elena Brescacin, tu compri il libro, ma poi quando ritorni su lia, devi ricordarti di cancellarli dal carrello, altrimenti rischi di ricomprarli!

È necessario aggiungere qualche commento? Altro che bollino LIA… Fosse un normale sito, vabbè, siamo in Italia. Purtroppo non è stupefacente che i progetti realizzati con finanziamenti pubblici facciano questa fine. Ma questo in particolare risulta particolarmente odioso perché è realizzato con un finanziamento destinato alla disabilità, in nome di ciechi e ipovedenti.